luglio 08, 2011

Sui rami alti del pruno

Si era ai primi di marzo del '44 e l'aria stava cambiando. Sui cigli dei fossi le primule gialle fiorivano e in lontananza, all'orizzonte, la grande quercia stava di guardia al tesoro nascosto tra le sue radici.

Il pruno in quei giorni era carico di gemme che presto sarebbero sbocciate. Centenario si stagliava a sinistra dall'ampia aia, di fronte il casolare, e d'estate si caricava di prugne succose. Le migliori, quelle toccate dall'angolazione perfetta dei raggi del sole, si trovavano sui rami più alti e da quelle mamma Grazia era solita fare l'unica marmellata che la famiglia consumava nei freddi mesi d'inverno. Era una marmellata dal sapore lieve e particolare, che tutti divoravano gustandola, ben sapendo non solo che era unica ma che era la migliore, non troppo dolce e non troppo amara. Era la loro marmellata preferita. Era la marmellata di mamma Grazia.
L'incaricato a salire e raccogliere le prugne nei rami più alti del pruno era il piccolo Gustavo dalla orecchie a sventolina. S'arrampicava leggero e veloce, tanto che pareva una scimmietta, e staccava i frutti altrettanto velocemente, riempiendo il paniere in quattro e quattrotto.

Quel mattino d'inizio marzo il piccolo Gustavo si svegliò per il freddo. Sua sorella Augusta non c'era nel lettone e neanche suo fratello Steno. Scosso dai tremori stava quasi per mettersi a pisciare sul letto ghiacciato. Si alzò, s'infilò gli zoccoli e scese le scale, uscì nell'aia e rimase abbagliato dalla luce mattutina. Coprendosi gli occhi con la mano corse al gabinetto che stava al di là dell'aia. Mentre pisciava si ricordò del sogno. Erano tutti attorno alla quercia, con Bepi il mona che sussurrava tiremole fora, femole shcioppar tutte e cantemo eepooooneevin. Mentre dissotterravano le munizioni ai piedi della quercia, sua madre s'era avvicinata da dietro e gli aveva accarezzato la testa e gli aveva dato un buffetto vara che no s'è robe da far.

Scrollando il pisello l'immagine di mamma Grazia che gli accarezzava la testa lo fece quasi ridere. Xera un sonio, si disse. Si portava dentro l'assoluta certezza che mamma Grazia mai nell'intera vita gli avesse accarezzato la testa. Forse l'aveva fatto, forse quella sensazione sconosciuta risaliva a tempi dei quali non aveva memoria. Era cosciente solo del fatto che mamma Grazia non l'aveva mai accarezzato.

Gò fatto un sonio beo pensò uscendo dal gabinetto e si riavviò verso il casolare. Gli s'affacciò di nuovo alla memoria l'immagine delle munizioni e gli sovvenne che non erano più andati laggiù, vicino ai resti dello Stuka. Erano arrivati tedeschi, che i tedeschi arrivavano sempre. Avevano trasportato altrove l'aereo e ai cadaveri avevano dato degna sepoltura con una cerimonia grandiosa per onorare l'eroismo della grande Luftwaffe. Nessuno del paese, a parte tedeschi e fascisti, aveva partecipato a quel funerale.

Il piccolo Gustavo e tutta la banda non ne avevano più parlato. Era un tacito accordo, era il loro segreto. I giorni erano passati fino a quel mattino e il piccolo Gustavo dalle orecchie a sventolina decise che era giunto il momento, perché se arrivano i sogni qualcosa vuol pur dire. Il piccolo Gustavo s'incontrò al solito posto con tutti gli altri bambini sfacendati dopo il magro pranzo, mentre i grandi andavano a riposarsi un paio d'ore.

"Gavemo da tirar fora le palotole dei tedeschi"

"E cossa femo coe palotole?" chiese Bepi il mona, ma l'idea di disseppellire le pallottole aveva già preso la fantasia dei bambini che prontamente s'erano messi a correre verso la quercia e alacramente avevano iniziato a scavare con le mani la terra finchè non trovarono la scatola e riuscirono a tirare fuori le rastrelliere.

"Le femo shcioppàr". Annunciò il piccolo Gustavo entusiasta. Guardò il Bepi quasi a dirgli che stava seguendo le sue indicazioni, che va bene che era un sogno, ma mica era un'idea sua quella. E Bepi il mona obiettò "Ma le xè massa". Il piccolo Gustavo stava per averne a male ma poi comprese che el xera stato un sonio beo. Gli altri stavano trasportando le munizioni verso il luogo dove era caduto lo Stuka. Le misero una sopra l'alta impilandole in una stabile catasta e ne lasciarono fuori alcune da cui estrassero la polvere da sparo e fecero un lunga striscia. Bepi aveva i fiammiferi e accese la miccia.

I contadini dei dintorni ebbero un sopprassalto per lo scoppio violentissimo e uscirono dai casolari spaventati, che pareva fosse scoppiata una bomba. Da lontano una lunga colonna di fumo denunciava l'accaduto. E si misero in attesa, dolorosamente consapevoli che qualcosa di grave era accaduto, aspettando preoccupati che arrivassero i tedeschi, che arrivavano sempre. I bambini intanto erano stati sbalzati dall'urto dello spostamento d'aria. S'erano feriti ed escoriati ed erano completamente coperti di nero di fuliggine. Rintronati dal botto s'erano dati a un fuggifuggi generale. Sapevano di averla combinata grossa e capivano che a casa li avrebbero presi a cinghiate.
Mentre correvano zoppicando sentirono il rombo delle camionette tedesche. Il piccolo Gustavo mentre si dirigeva verso casa, avendoli intravisti sulla strada da lontano, si trovò la via sbarrata dal pruno su cui s'arrampicò veloce. Lui lo sapeva che le persone non guardavano mai in alto. E lassù si calmò sentendosi al sicuro tra i rami alti carichi di gemme.
Le due camionette entrarono nell'aia e scesero i tedeschi e quasi l'intera famiglia stava uscendo di casa con aria apprensiva. Spianarono le armi facendo alzare le mani e le braccia, mettendola contro il muro di casa. Papà Angelo proprio in quel momento uscì dalla stalla e s'avvicinò al comandante che stava ordinando qualcosa ai suoi soldati. Camminava a testa alta, non mostrando segni di paura, con la fronte corrugata e si fermò di fronte al tedesco. Che corrugò a sua volte la fronte e iniziarono a parlare ma il piccolo Gustavo non riusciva a sentire niente, 'ché era troppo lontano e in alto. La conversazione ebbe fine quando papà Angelo scosse la testa deciso.
Abbracciato al ramo del pruno, guardò impotente il comandante puntare la pistola alla tempia di papà Gustavo che se ne stava immobile con gli occhi azzurriazzurri fissi in quelli del comandante. E proprio allora uscì mamma Grazia. Che si avviò decisa incontro ai militari e li guardò a uno a uno e poi disse qualcosa indicando i figli e i parenti radunati in fila. Disse qualcosa e di nuovo il piccolo Gustavo non riuscì a sentire. Fissava ipnotizzato la scena, aspettando senza respirare che i militari iniziassero a sparare alla sua famiglia radunata contro il muro del casolare.
Il comandante abbassò la pistola e tutti i militari parvero rilassarsi. Poi diede un ordine e quattro di loro entrarono in casa. Era tutto avvolto in un silenzio pesante. Aspettò che militari uscissero di casa e finalmente dopo un tempo che giudicò lunghissimo i soldati vennero fuori, trasportando uova, farina, burro, latte, polenta, zucchero, sale e sacchi di polenta. Si avviarono verso il pollaio e presero le galline e i conigli. Entrarono nella stalla e trascinarono fuori il maiale, che strillava e scalciava. Allora uno di loro estrasse la pistola e gli sparò alla testa, gli strilli cessarono di colpo mentre il suono dello sparo rimbombò nell'aia. Sussultarono e capirono che sarebbero morti. Nessuno parlò o pianse o pregò. Rimasero fermi contro il muro. Zia Giovanna cominciò a pregare sileziosamente, zio Giovanni respirò piano. I tedeschi caricarono sulla camionetta le vettovaglie razziate. Il comandante intanto aveva rinfoderato la pistola e seguiva il caricamento. Il maiale pesava e ci vollero ben quattro di loro per tirarlo sù. Poi il comandante si avvicinò di nuovo a papà Angelo e gli sibilò qualcosa. Nessuna risposta, nessun accenno, nessun abbassamento di occhi. Mamma Grazia era ferma in mezzo all'aia, fece pochi passi e fu vicina a papà Angelo. Il comandante disse qualcosa anche a lei. Mamma Grazia alzò il mento e di nuovo indicò tutta la propria famiglia appoggiata al muro. Il piccolo Gustavo conosceva quell'alzata di mento. Mamma Grazia era rabbiatissima.
Il comandante gridò un ordine ai soldati e si avviarono sulla camionetta, lui pure si girò e montò davanti, il guidatore mise in moto e partirono sgommando.
Papà Angelo si volse verso mamma Grazia scuotendo la testa, le disse qualcosa e le accarezzò la guancia. Lei si volse verso la famiglia che si stava staccando a pezzi e stava correndo verso di loro, rimasti fermi in mezzo all'aia, li avvolsero in un abbraccio, senza riuscire a sorridere o a piangere. S'avviarono verso casa e mentre entravano mamma Grazia si volse e guardò verso i campi, e alzò lo sguardo verso il pruno e il piccolo Gustavo seppe che era stato visto. Lo seppe perché la mamma Grazia aveva piegato la testa e lo faceva sempre quando lui ne faceva una delle sue.


"E poi?" chiese la figlia. "E poi quella volta non le ho ciapade" rispose papà Gustavo
"Ma ti aveva scoperto" "Sì. Ma xero massa in alto sul pruno" disse papà Gustavo con il tipico sogghigno del ragazzino astuto che è riuscito a farla franca.
Non gli venne da raccontare che la mamma Grazia prima di richiudere la porta dietro di sè, gli aveva sorriso. E lui quel sorriso lì non l'aveva mai visto. Un sorriso così unico e speciale che era uguale al sapore della marmellata di prugne, quelle migliori, che stavano nei rami più alti del pruno.

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aprile 25, 2009

Kato Shuichi




Conobbi Kato Sensei (ché io lo chiamavo Maestro e così per me è rimasto) nei miei primi anni universitari a Venezia ed era un essere piccolo, tenero e curiosissimo, che faceva domande su cose che allora ti sembravano buffe davvero. Del tipo: perché i camini di Venezia avevano quell'aspetto lì e perché erano stati costruiti così. Era curioso su tutto: su di te, sulla tua vita, sul perché credevi nel comunismo. Su cosa avevi letto, quanto e quando, ti chiedeva di tutto. E poi pensava. Di fronte alla Giudecca alle Zattere, seduto al bar dove l'avevo portato a mangiare il gianduiotto da passeggio (un gelato al gianduja con la panna, una roba buonissima che si mangiava solo lì e che a lui piacque tantissimo, tant'è che divenne in seguito una sorta di appuntamento pomeridiano davanti al gianduiotto a discutere dei destini del mondo, e si facevano mille ipotesi su futuri possibili), fui io a chiedergli perché fosse diventato comunista lui (o almeno quello che allora si pensava essere comunista, volere una società non divisa per classi, per nazioni, per etnie. Di questi tempi la definizione corretta sarebbe libertario di sinistra). Rise rilassandosi e mi raccontò che quando era giovane gli piaceva un sacco andare da solo al cinema. Stava guardando un film quando entrò una banda di militari nazionalisti che aveva agguantato un giovane seduto a poche file da lui, l'aveva preso, trasportato fuori mentre questo urlava abunaiabunai (aiutoaiuto) e picchiato selvaggiamente. Gli urli erano cessati in pochi secondi. Gli spettatori rimasti in sala s'erano rattrappiti sulle sedie e allora lui, con la straordinaria incoscienza della gioventù, s'era alzato ed era uscito a vedere se abunaiabunai fosse ancora vivo. Una massa di sangue giaceva a terra e scoprì che era uno scrittore dissidente che divenne poi suo grande amico. All'inizio della Seconda Guerra Mondiale, lì davanti a quel corpo sbrandellato, Sensei comprese lucidamente che lui era giapponese e viveva in un regime nazional-imperialista. Era fiero di essere giapponese, ma non poteva spartire niente delle sue intime convinzioni con un regime che della violenza, del razzismo, dell'imperialismo e della mancanza di libertà faceva bella mostra. Lui era un pacifista convinto e lottò tutta la sua vita affinché gli altri, giapponesi e non, capissero che con le guerre il nulla avanzava, e pacifista rimase sino alla fine. Quando si laureò in Medicina diventando ematologo, andò a Hiroshima per curare una serie di malattie sconosciute allora alla scienza, dovute alle radiazioni. Ne rimase così colpito e impressionato da avere una dolorosa crisi di coscienza, tanto che cambiò lavoro, perché il mondo doveva sapere che la guerra e la stupidità umana non dovevano progredire. Divenne negli anni del dopoguerra uno dei maggiori studiosi giapponesi, amico fraterno di grandi scrittori e grandi poeti, egli stesso scrittore e poeta. Conosceva una quantità di lingue e le parlava tutte benissimo. Aveva una cultura impressionante sia d'Occidente che d'Oriente, un immenso pozzo di conoscenza.
Uno quando è giovane non sa quando viene toccato dalla Storia (quella roba con la S maiuscola), pertanto solo con il tempo ho capito quanto fosse importante quest'uomo e quanto io sia stata fortunata ad averlo conosciuto e averlo avuto come caro amico, che consigliava, dava dritte sugli autori, diceva cose impensabili ai tempi (del tipo: dell'autore Mishima tradotto e adorato da folle di italioti, Kato Sensei mi disse: lascia perdere, scrive neanche tanto bene, diciamo che scrive retorica stillata in forma quasi epica, ma scrive un monte di cazzate). La sua Storia della letteratura giapponese è il miglior libro di divulgazione scritto sul Giappone da tempi immemori e su cui schiere di nippologi si sono formate. Stette a Venezia per un anno come visiting professor e ci insegnò BENE. Fu l'unico insegnante che mi insegnò la Poesia. Per dire. E non li trovi in giro insegnanti così. Difficilissimo. Mi disse che l'Italia (che lui e Midori la sua compagna avevano percorso in lungo e in largo) era una nazione antichissima, piena di Storia, colma di sedimenti umani, che non c'era luogo meno selvaggio e naturale del Bel Paese e che sì era davvero un bel paese e che noi italiani così refrattari al patriottismo in verità eravamo nazionalisti in modo sconcertante SOLO sul cibo. Una caratteristica che lui aveva trovato travolgente e unica. Mi fece l'originale confidenza che riteneva gli italiani degli animali politici in nuce. Nel senso che avevano scritto nel loro DNA il senso del compromesso e dellla mediazione. Gli dissi che difatti avevamo un governo stabilissimo sebbene ballerino. E discutemmo di quanto Italia e Giappone per certi versi si somigliassero: il senso del clan, della famiglia, del cibo, del destino precario, del fatalismo innato, del terremoto, della sublime ironia e della tragedia imminente.
L'ultima volta che ci vedemmo fu sempre a Venezia negli anni '90. Era invecchiato assai, ma possedeva sempre quella limpidezza e precisione intellettuale, sua caratteristica peculiare, tanto che finimmo per parlare di politica. Ci raccontammo e ci dicemmo degli ultimi film e libri letti, di quello che sarebbe accaduto dopo la caduta del muro di Berlino. Parlammo della fine del comunismo. Ma ci dicemmo che le utopie buone non muoiono mai. Si evolvono in altro. Poi ieri in questo sito qui ho scoperto casualmente che il mio Sensei è morto.
Piango e rimpiango la sua profonda cultura d'altri tempi e l'intelligenza proiettata verso il futuro, la sua coscienza diversa e la sua sensibilissima capacità umana d'amare e farsi amare, perché solo ora capisco quanto sia difficile avere bravi insegnanti e camminare con la Storia. E di tutto quello che lui ha insegnato a me e a mille altri come me di certo il suo passaggio su questa Terra non è stato vano: che ne abbiamo fatto tesoro e impariamo giorno dopo giorno quanto avesse profondamente ragione.
Grazie Sensei, che tu possa mangiare mille gianduiotti di là alle altre tue mille vite.

p.s. Ringrazio sentitamente Giulio che m'ha fatto l'editing del post stracolmo di refusi

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maggio 02, 2007

1968. Pordenone. La marmellata di prugne.


S'era al finire dell'estate tra l'aria settembrina e il casolare con davanti una miriade di campi s'ergeva imponente e severo. C'erano cugini e cuginette che saltavano sul trattore 'ché si andava a far vendemmia. Gianni aveva il carisma d'essere il il cugino più vecchio e più matto e voleva guidarlo lui il trattore ma zio Enzo gli aveva dato uno scapellotto sulla nuca e lui zitto s'era messo sul carro tra tutti noi che avevamo abbassato gli occhi ben sapendo il perché. Difatti pochi giorni prima ne aveva combinato una delle sue. Aveva infilato il tubo del gas nel culo di un maiale nella porcilaia e aveva aperto a tutta manetta la bombola. Gli strilli del maiale s'erano sentiti a chilometri di distanza e Gianni era stato rincorso per altrettanti chilometri dal padre inferocito che lo voleva ammazzare di botte.
Noi tutti avevamo riso e riso a crepapelle come sempre ridono i bambini crudeli, divertiti da tanta meravigliosa cattiveria creativa, mentre assistevamo allegri alla morte del maiale e mentre lo zio urlando impropi e lanciando bestemmie, rincorreva Gianni tra i campi. Era stato alla fine preso ed era stato punito a non mangiare a tavola insieme a tutti noi mentre nonna Grazia a mezzodì preparava il pollame e la polenta e le verdure dell'orto. La lunga tavola era silenziosa mentre si mangiava affamati e poi s'iniziava a ridere e chiaccherare. Dopo però. L'atto del mangiare era immerso in un silenzio masticante religioso.
I giorni della vendemmia vedevano riuniti tutta la famiglia e tutti i cugini d'età variabile dai 4 ai 15 anni. Eravamo tutti simili, tutti con la stessa impronta genetica, tutti con l'amore spassionato di tirare giù i grappoli maturi di tocai e merlot, e quindi i grappoli delle vigne di cabernet. C'erano alla fine della vendemmia i grappoli buonissimi di clinto e uva fragola di cui i bimbi più piccoli si facevano gran scorpacciate con poi effetti devastanti sull'intestino. I cugini più grandi lo sapevano e avvisavano ma i piccoli golosi di certo non ascoltavano. Quelle vigne servivano a fare il fragolino e il clinto, che erano vini dolci, appropriati per le crostate e per gli strudel che nonna Grazia avaramente produceva.
Il trattore con il carro avanzava lento tra i filari e con le forbici si tagliava i grappoli che si buttavano con abile e strategica mossa nella cassetta di legno tra le gambe, i più capaci stavano in un equilibrio tenendo i piedi ai bordi della cassetta. Erano giorni non troppo caldi ma dopo un po' le braccia iniziavano a indolentirsi come pure le gambe a furia di stare in piedi e a furia d'allungarsi tra i rami più alti della vigna.
Si smetteva al calar del sole ma prima verso le cinque della sera veniva nonna Grazia a portare la merenda a noi bambini e ragazzini che eravamo quasi una scolaresca. Portava l'acqua e i panini con burro e marmellata. Ma non era una marmellata qualsiasi: era la sua marmellata di prugne. La marmellata era cotta con i raccolti delle prugne maturate dinnanzi al casolare dei due grandi prugni: alti, belli e maestosi producevano ogni anno una gran quantità di frutti. Nonna Grazia andava raccogliendo le prugne che venivano poi lavate, snocciolate e messe a cuocere in un gran pentolone con zucchero, limone e molte mele cotogne. Aveva un sapore leggermente acidulo, e il gusto di prugna saliva solo dopo aver addentato vari morsi. Ne eravamo tutti ghiotti e si addentava il panino ascoltando il frinire di cicale, il canto di grilli e il ronzio degli insetti e mentre il rumore del motore del trattore taceva, noi si masticava instancabili con la marmellata di prugne che scendeva tra le mani, e si passava altri minuti dopo leccandoci i palmi mentre nonna Grazia rideva di gusto vedendoci così presi a lambirci dita e mani. Era il finire dell'estate e si rimaneva fino a sera con le mani appiccicose e zuccherose che avevano il gusto di prugne e a volte mi capita di passare tra gli scaffali delle marmellate e mi succede di acquistarle ma sapete com'è: non sono quella marmellata e soprattutto non sento più la sua risata piena e divertita.
Adesso il casolare giace cadente in mezzo ai campi.

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aprile 06, 2007

Le cose non sono mai le stesse


Un po' prende lo sconforto a capire che la memoria non è mai precisa e va via via sfocando negli anni e nel tempo. Un po' come quando uno ricorda il sapore del pane che aveva assaggiato in quel luogo e in quel tempo e poi risente l'odore e si ricorda di quel sapore e riprova a mangiarselo e pensa che sia lo stesso pane e lo stesso odore. Ma non è vero. Le cose arrivano intermittenti attraverso i ricordi e non sono mai le stesse. Perché in verità la terra cambia e cambiano le colture e cambiano gli ortaggi e i frutti. E' la memoria umana a pensare che quella roba è la stessa di trentanni fa ma non è così. Non lo è mai stato. Di fondo pensare che gli oggetti attorno a noi siano immutabili è sciocco. Quando poi noi mutiamo la vista e le nostre papille vengono lentamente stravolte dagli anni, e se ci portassero a fare un giro nel proprio passato, ci accorgeremmo che ciò che ci piaceva un tempo, ora non ci piace più.
Se avessi incontrato Marcel gli avrei detto questa storia che sì è vera l'intermittenza del cuore, ma il cuore percorre altre vie. Invece i nostri sensi maturano e cambiano con le cose senza che noi ce ne accorgiamo. Se non con la tristezza e la malinconia di percepire che la memoria s'assottiglia. E poi quella sottigliezza diventa nostalgia. E vorrei anche dire che la nostalgia è un bruttissimo sentimento che si ancora sui fondali della dimenticanza. Perché se solo ricordassimo bene quel piatto che abbiamo mangiato in quel posto e che tanto c'era piaciuto, adesso la percezione di quel piatto sarebbe completamente diversa. Perché quel piatto lì è fatto con gli ingredienti di adesso mica con quelli di ventanni fa e tutto è cambiato perché le cose non sono mai le stesse. Eppure noi pensavamo che fosse quel piatto lì. In realtà come per le cose, anche noi non siamo più gli stessi. E' solo la nostra memoria fallace, bucata e svuotata che s'indirizza su strade periferiche.
Anche sentendo una musica o guardando un quadro o rileggendo un libro. I suoni son gli stessi e la visione e la lettura pure, ma è il mondo del proprio sentire che non è più lo stesso. Per non dire dei cinque sensi e di quanto vengano spiazzati dal vortice del tempo. E' che le cose non sono mai le stesse. Per quanto ci appaiono immutabili. Di fatto niente più è come prima. Gli enologi forse questa cosa la percepiscono meglio. La volatilità del gusto e la claudicanza della memoria, l'inconsistenza e la fragilità dell'impressioni perché appunto le cose non sono mai le stesse.
Quindi questa Pasqua non è la stessa dell'anno scorso. E quello che andrete a mangiare non sarà lo stesso cibo dell'anno scorso. O degli anni passati. A chi vi dirà che è sempre la stessa solfa,
fateglielo notare quant'è tragico il suo immanentismo. Perchè le cose non sono mai le stesse.
Anche gli auguri di Buona Pasqua non sono gli stessi dell'anno scorso. Per dire.

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settembre 25, 2006

Centanni ma non di sola solitudine


Questa donna è nata nel 1906. Ha compiuto cento anni pochi giorni fa. Di gente che compie cento anni non ne conosco ma questa la conosco bene perché è zia Giovanna. Ha sposato il fratello di nonno Angelo: zio Giovanni e ha vissuto assieme ai miei nonni mezzadri in una grande cascina. Mia nonna Grazia ha avuto 11 figli. Mia zia nessuno. Mia nonna è stata molto amata da mio nonno. Mia zia poco. Zio Giovanni amava qualcosaltro più di lei: il vino. Dato che vivevano tutti assieme zia Giovanna ha cresciuto undici bambini aiutando mia nonna. Bambini che lei non poteva avere e che di fatto negli anni con il tempo, con i mesi e le ore sono diventati la sua famiglia e che l'hanno ricambiata con affetto profondo e devozione sincera perché zia Giovanna li ha allevati come propri e per loro era un po' come avere un'altra madre. Alcuni dei suoi nipoti adottati sono morti in giovane età stroncati da malattie che lei non ha avuto. Ha vissuto nella stessa casa per più di ottantanni di cui gli ultimi cinquanta con la vedova di uno degli undici nipoti cresciuti da lei. Per inciso la vedova zia Angelina non è una parente di sangue e queste due donne si sono fatte compagnia, di certo si sono volute bene, sentimento cementato da un cascinale enorme le cui mura trasudavano asprezza e sorrisi.
Ha visto morire tutti quelli con cui aveva vissuto e passato i suoi anni. Poco prima che nonna Grazia morisse aveva detto: non vurria mai finir cussì senza zervel (non vorrei mai morire così senza cervello, sottintendendo che nonna Grazia non stava messa benissino con la testa e lei se ne dispiaceva assai visto che loro due avevano passato quasi settantanni insieme e di cose in settantanni succedono, a loro due ne erano successe e di ricordi da dividere ne avevano).
Ha visto entrare in casa la lampadina al posto delle candele, e solo nei suoi ultimi trent'anni ha usato la lavatrice. Non sa tuttora cos'è la lavastoviglie. Non ha mai usato un'aspirapolvere. E' passata dai cavalli all'auto, dai buoi al trattore. Ha vissuto la fame benché non siano stati mai affamati, erano contadini e se la sapevano cavare bene in tempi di guerra e di pace e lei di guerre ne ha trapassate due. Nessuno di noi ha visto tutti i cambiamenti minuscoli eppure epocali di questa piccola donna. E se dovessi dire il sentimento sottile che ieri ha unito tutta la famiglia (perché erano venuti tutti, cinque generazioni) è stata la commozione e sì un sottile senso d'invidia. Perché la zia ragiona e non è rincoglionita dai suoi centanni. Ha detto: morirò quando el vol el Bon Dio. Zia Gigetta, la sua prima nipote che ora ha ottantanni, è sulla sedia a rotelle per via di un ictus, e mia zia ieri l'ha rivista dopo tantissimo e l'ha abbracciata e tra le lacrime le ha detto: cara che finissi subit tutta 'sta sofferensa.
Zia Giovanna di centanni è una contadina e se qualcuno le chiedesse di dare una risposta precisa sulla vita e sulla morte te lo direbbe con voce sottile perché nessuno di quelli che conosco ha centanni e in cento anni un po' di cose le capisci e nessuno è tanto lucido quanto lei.
Quando la banda musicale del paese ha suonato lei ha richiesto la sua canzone: Il piave mormorò non passa lo straniero.
Le è rimasta dentro perché è la canzone della sua generazione, aveva 9 anni quando la Prima Guerra Mondiale finì. Puoi essere la memoria storica di tutta una famiglia ma la memoria musicale è davvero una storia propria a parte.
A mia figlia ha fatto un'enorme tenerezza e quando le ho spiegato cos'era questa canzone e cosa ha significato per una generazione, ho poi aggiunto: magari tu chiederai la sigla di Dragonboll quando compirai centanni, va a sapere...

Adesso che ci penso bene: è come dire che se mai compirò centanni e ci sarà la banda di paese suoneranno mica: quella cantina buia in cui...?! va a capire come funziona la mia di memoria! per favore: mettetemi sù In my way cantata da Sid Vicious. Mi raccomando. Benchè omonima di zia Giovanna di certo non sarò così lucida, che già sto stordita adesso, figuriamoci tra cinquantanni come starò messa.

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giugno 04, 2006

Sumochef: ultima puntata


L'amore folle dei giapponesi per l'addio non mi ha mai risparmiato. Siamo arrivati alla fine della collaborazione o consulenza o quella cosa lì che all'estero viene subito e ben pagata mentre in Italia bisogna armarsi di lanciafiamme e avvocati per ottenere un qualsiasi importo. Ho portato a bere i ragazzi della brigata in un bel posto fuori sulla terrazza che dà sul fiume e le lanterne lanciano strani segnali, mentre una luna galleggiante si specchia poderosa su acque veloci. Sul tardi ci hanno raggiunto il GM e sumochef, ovvio si detestano ma imperterriti continuano a far finta di amarsi e tra svariati giri di sorrisi di circostanza e di chiacchere amabili sulla variabilità del tempo lentamente scivolano sulla reciproca antipatia. Vai di brindisi, di saluti, di risate ubriache (che i giappo si ubriacano subitosubito e non reggono l'alcol e gli occhi diventano rossi e si mangiano le parole) e d' irrefranabili sghignazzate per un nonnulla. Mi chiedono l'impossibile sulla mia razza, sulla vita, sull'Italia, sulla mia differenza e finiscono sempre nel loro classico luogo comune: la loro diversità dell' essere giapponese. Vagli a spiegare che io non li ho mai trovati così pazzescamente unici e diversi. Anzi. Più viaggio e più mi sembra che l'umano essere ovunque si assomigli nella privatezza. Più ci si allontana e più ci si avvicina all'essenza della nostra straordinaria peculiarità. Alla fine siamo tutti diversi eppure siamo fatti della stessa drammatica pasta: sangue, viscere, dna. Mi metto cortese a spiegare tale concetto che in questi anni mi si è venuto formando nelle cervella e sumochef mi guarda corrugando il frontone. Afferma contrito che sì forse ho ragione, che la morte ci unisce tutti. Dico anche la malattia, la sofferenza, il dolore, la gioia, il sesso, insomma gli aspetti semplici senza entrare nel merito del semplicismo. Lui dice: sì ma la merda ha odori diversi. D'un botto si va ad aprire un lungo dibattito scatologico dove indistintamente partecipano tutti, anche i tavoli vicini talmente il tasso alcolico è elevato, si chiacchera di cibo e di come le intestina suppliscono alla nostra sovralimentazione, e di certo le merde hanno svariati colori e che comunque dipende dove sei, da cosa e quanto mangi. Si finisce col cantare e in ultimo mentre mi abbracciano e baciano con enorme trasporto, i ragazzi quasi si mettono a piangere. E pur' io ho la lacrimetta facilefacile e sto per andarmene da Kyoto e non so quando ritornerò e già sono preda di nostalgie infinite, di piatti meravigliosi che ho visto costruire, delle ceramiche che so non ritroverò al mio rientro e mi addolora anche non vedere più l'enorme stazza di sumochef. Mi siedo accanto a lui che ha uno sguardo triste e non ci diciamo niente e chiedo se ha voglia di bersi l'ultimo giro di sake. Annuisce distratto. Mi domanda quando ritornerò e gli dico che proprio non so. Sorridendo alza la minuscola coppa: kampai, shigata ga nai ne (alla salute non ci si può far nulla). Ci si lascia così e mi allontano mentre sumochef rimane sulla terrazza a bere con tutti gli altri. Me ne torno nella mia stanza a fare i bagagli. Mi aspetterà un lungo viaggio di rientro. So di certo che non è stato un lungo addio. Molto tristetriste con tante lacrime sprecate. Tipico dei giapponesi. Adorano il melodramma dagli addii strazianti e pensare che io non lo sopporto. Si piange troppo mentre la vita evapora immersa in salati lacrimoni.

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maggio 15, 2006

'A livella candita



Morrisey (cantante degli Smith) dice durante un concerto: the past is a strange place, e così l'altro giorno mentre andavo al lavoro e ascoltandolo cantare non so come e non so perché ma d'un botto in bicicletta passando davanti a una panetteria che esponeva delle sfogliatelle, mi sono ricordata del primo morto che ho visto nella mia vita. Avevo 5 anni e stavo a Napoli e nonna Teresa mi portò al funerale di un suo conoscente e me lo ricordo come se fosse qui e adesso. Mi ricordo delle urla e del pianto e del vecchio signore che giaceva sul letto candido, con la testa sprofondata tra i cuscini di lino bianco ricamato, vestito di nero perfetto, senza scarpe, con i calzini neri, e le corone di fiori e l'odore di violento profumo che emanavano. E poi una signora anziana e gentile che intesseva la storia intera della vita del defunto. E sì ella pure disse citando o forse solo raccontando 'a morte 'o ssaje ched'è?...è una livella. Poesia che ho sempre trovata meravigliosa.
E mentre pedalavo mi sono fermata perché mi sono ricordata così con l'intermittenza del cuore, che ero andata vicino alla signora e l'avevo ascoltata fino in fondo e lei alla fine della storia mi aveva portato in cucina e mi aveva dato da mangiare una sfogliatella. Quella sfogliatella con dentro una ricotta dolce piena di canditi mi aveva fatto pensare 'a livella. Allora gliel'ho chiesto alla vecchia signora cos'era sta livella che non capivo.
E' cumm sta sfogliatella. Tutti debbono mangiare nun 'o vero? altrimenti si muore. Mangiamo e siamo uguali, come quando si muore, uguali ritorniamo. Cumm quann mangiamo, accussì è.
Ma io mangio la sfogliatella e un altro mangia un'altra cosa. Mica è tutto uguale.
Sorrise la vecchia signora: eppure mangi. La sfogliatella ti piace?
Insomma mangio e muoio? Sì mi piace la ricotta dentro. I canditi no.
La signora sempre sorridendo un po' più allegra mi rispose: Prima cresci poi ti fermi, poi lentamente muori. Nel frattempo si mangia. Pensa che quando vivi è come quando ti mangi la ricotta mentre quando ti mangi il candido quella è la morte. La morte è un candido.
Si muore e si diventa un candito?! chiesi stupefatta.
La vecchia signora che scoprii più tardi essere la prefica del paese scoppiò a ridere. Rise sino alle lacrime. E tentava di trattenersi, ma non ci riusciva. Il tutto a me non fece per nulla ridere. Lei mi trovò molto simpatica. Ma lei era adulta e io una bambina. Le due visioni del mondo non sono per nulla concordanti. Si sa.
Che la morte sia un candito e che adesso quasi mi piacciono i canditi e che non so se la morte sia proprio un candito e che forse solo ora intuisca che il passato ritorna e mi appaia sempre strano...So invece di viaggiare di giorno sempre in un posto straniero. E poco ci capisco di questa impermeabilità dell'essere eterni e dell'andare e tornare dalla terra dei morti, del cibarsi dei nostri sogni e memorie da parte del nostro cimitero interiore. Che 'a livella sia candita o candida di questo solo so essere certezza. Per dire.

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marzo 11, 2006

sumochef: quinta puntata


Mi sveglio ogni mattina con la necessità che devo andare avanti, nonostante la mancanza, la nostalgia e la lontananza. A volte rientrando nella stanza d'albergo mi faccio veloce una doccia ed esco girovagando per la città, camminando lungo la riva del fiume e osservando i miei simili che parlano un'altra lingua e devo sempre stare attenta a quello che dicono collegando il traduttore interno con un' impegno stancante.
Una sera sumochef mi chiede di andare con lui a mangiare dopo il lavoro, come dire: andiamo a bere. Usciamo e mi porta in un ristorantino meraviglioso. Un vero luogo giapponese. Come da immagine stereotipata. Piccolo, raccolto dove ti cucinano davanti servendo il cibo in minuscoli piatti di ceramica di varie forme e colori. Non mi lascia neanche leggere il menù, ordina e decide tutto lui anche il bere, pare essere l'habituè. Mi dico che qui è così, se sei ospite l'altro decide tutto tu non devi pensare, non devi decidere, devi rilassarti e lasciarti andare. Dopo una lunghissima sequenza di piatti e piattini, assaggi e assaggini, belli e bellissimi, buoni e buonissimi, delicati e forti, bevendo una quantità di sakè non indifferente, chiaccherando del più e del meno, lui inizia a farmi una serie di domande infinite...sulla mia vita, sul matrimonio, sulla figlia, sul lavoro...e poi mi racconta la sua di vita. Benché io non abbia chiesto nulla. Racconta dei suoi due figli, di sua moglie, della sua casa, della sua enorme passione per Escoffier, e l'ho guardato a lungo pensando di non aver capito bene e chiedo:
Escoffier?
Sì, sì io penso sia stato un genio
Davvero?
Ci penso perplessa: Giorgio Augusto Escoffier è vero che ha messo i pilastri dell'alberghiero, è vero che ha fondato l'albergo più importante del mondo insieme al signor Cesare Ritz, è vero che è stato un cuoco da cinquestellecinque, è vero che ha rivoluzionato la cucina, ma è vero anche l'ha militarizzata, "la brigata", la gerarchia, e...e...ma insomma stiamo parlando del 1900, riguardo sumochef. Lui comincia a convincermi:
Pensaci bene, nessuna cucina di nessun albergo sarebbe quello che è senza Escoffier
mmm...
Pensa al menù, pensa a quello che diceva del menù che dev'essere un'orchestra del gusto, pensa a come tu scrivi un menù
mmm...
E così entusiasta che non ho cuore di dirgli che non sono proprio d'accordo, insomma stiamo parlando del 1900, cento anni addietro, la cucina s'è così evoluta, le salse nessuno le fa più, e prima di Escoffier c'era Marie-Antoine Careme, secondo me il migliore, più intenso e più vero, ma dico:
Sì mi hai convinto, Escoffier è il migliore
Mi guarda e si mette a ridere molto divertito:
Stai diventando una giapponese!
Perché?
Dici sì ma pensi no!
Rido anch'io, ma credo che non sia una tecnica solo giapponese, e chiedo dei dolci e lì ecco la cucina giapponese, ma oserei allargare il discordo a tutta la cucina orientale, non c'è, nel senso che proprio gli orientali non sono capaci di pensare al dolce. Perché non hanno la panna, il latte, il burro, lo zucchero, non possiedono la nostra cultura millenaria del latticino.
Quando glielo faccio notare:
Prendi Pierre Hermé per esempio
Chi?
Non lo conosci?
E parto dichiarando che la pasticceria francese è una spanna sopra le altre e gli racconto di Pierre Hermé, un autentico genio della nuova pasticceria francese, lui s'illumina tutto felice comprendendo di chi sto parlando
Quello enorme, il ciccione
Siete tutti ciccioni, dico io
No io no! Dice serio.
Mi sta prendendo in giro? Lo guardo ma lui è serio davvero. Pensa di non essere ciccione. Non pensa di essere grasso, obeso e neanche che so, in carne. Chiudo gli occhi e decido: mi finisco una boccia di sakè, non ho cuore di affrontare questo argomento.

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febbraio 26, 2006

1967. Zurigo. La fondue.


Abitavamo a Zurigo. Io stavo in collegio. Mio padre mi venne a prendere venerdì sera ed ero in fibrillazione perché stare in collegio non mi piaceva. Per niente. Mi ricordo che mi venne a prendere e poi salimmo in un'auto, e a guidarla c'era il signor Raber, il padrone di mia madre. Mia madre lavorava nella tipografia dei signori Raber, dove a me piaceva tantissimo andarci perché era pregna d'odore d'inchiostro ed era rumorosa piena di macchine Offset. C'era Nadya, una bellissima diciottenne dalle gambe lunghe lunghe e i capelli neri anch'essi lunghi lunghi, che si metteva i zatteroni e la minigonna. Una fulminata che probabilmente si faceva le canne ai tempi e che amavo aiutare a fare la scomposizione dei caratteri. Insomma quel magico venerdì faceva ben freddo e stava iniziando a nevicare, e noi tutti eravamo ospiti invitati a casa dei Raber. Lui era un omino molto simpatico, coltissimo ed ebreo e la signora Raber era una donna elegante ed allegra con un sorriso benevolo e onnipresente. Adoravo andare a casa loro, spaziosa, grande e luminosa, si respirava un'aria tranquilla, borghese e serena che io non avevo e che i miei non potevano ancora possedere. La tavola era rotonda con una strepitosa tovaglia viola scuro e i tovaglioli erano arancioni, il servizio di porcellana verde scuro. C'era un'enorme quantità di candele in giro per la sala da pranzo. Tutte accese. In cucina la signora Raber stava tagliando a fettine fini fini un grosso pezzo di gruviera mentre mia madre tagliava il pane a cubetti per metterli poi a tostarli nel forno. Mi abbracciarono tutte contente e io mi misi a guardarle e loro non smisero un secondo di chiaccherare scoppiando ogni tanto a ridere. Poi la signora Raber mi chiese se avessi mai mangiato la fondue e dissi no e chiesi cos'era la fondue e tutti risero e io non capii il perché. E allora la signora Raber mi spiegò la ricetta e l'aiutai a passare sulla pentola l'aglio, a versare i cubetti di gruviera, la farina,a mescolare bene, portare a bollore e poi a versare un po' di vino bianco e un po' di kirsch. E girare, girare e girare, e si raccomandò; sempre nello stesso lato, il lato che vuoi ma dev'essere sempre quello. Poi quando portammo la pentola con la fondue pronta al centrotavola il signor Raber accese il fornello. L'assaggiai per la prima volta nella mia brevissima vita, non mi piacque granché, perché aveva un sapore forte forte, in compenso mi piacque molto tutto il lungo rituale dell'immersione delle forchette, della pentola al centro 'che sembrava un pezzo di fiaba nordica con tutte quelle candele intorno. E imparai a non perdere il mio boccone di pane, che non porta bene mi disse il signor Raber aggiungendo: non perdere mai il tuo pezzo di pane perché perdi una parte preziosa, e chiesi: quale?
lui mi disse: la tua parte migliore
e qual'è la mia parte migliore?
quella parte che porterai sempre con te
sempre?
sempre, perché sta nel tuo cuore
Guardai a lungo la mia forchetta con il mio pezzo di pane dentro la fondue e la vidi galleggiare con appesa una forma di cuore. Ma solo adesso la capisco 'sta cosa. Questa weltanshauung dell'amarcord.

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febbraio 01, 2006

Sumochef: quarta puntata


Momenti di perplessità si alternano a momenti di sconforto e a momenti di allegria. Ormai sumochef ha mollato la spugna e ogni volta che entro in ufficio la mattina per conferire, si alza in piedi, mi accompagna in cucina, in sala, rompe le palle a tutti e incredibile mi copia tutto e io rido che tanto le idee che passo le ho già dimenticate e ne ho altre migliaia che mi frullano per la capeza. Adesso ha messo il menù a la carte con il mio nome e gli ho detto che non va bene così perché quello è solo in parte mio, ma dice convinto che fa marketing! Momenti di perplessità.
Mi ha messo a servire al buffet perché dice: sei bella (!! ??) e i clienti vengono a frotte. Momenti di perplessità.
Faccio la pasta con la mitica Imperia e va via bene, i sughi vanno, ho insegnato a fare il pesto, non hanno il pestaio, ma ho fatto comprare un vasetto in pietra e un pestino in legno. E stanno come matti a battere il basilico più caro del mondo, tutti felici di pestare, pestare, pestare. Momenti di allegria.
Continuo a fare menù a scrivere ricette, e sumochef è tutto contento, ma a me sembra di lavorare per una casa editrice. Momenti di sconforto.
L`altra sera è arrivato a sorpresa in cucina e mi dice: dove sei stata?
io: davanti al computer a scrivere ricette e mi sto rompendo
lui: fammi da mangiare!
io: mica sono tua moglie!
lui: non rispondere male!
io: chiedilo in modo gentile!
lui si inchina e dice: Giovannasan per favore mi potresti fare da mangiare?
io mi inchino e dico: con molto piacere sensei (maestro, lo chiamo così sempre davanti a tutti, prima tutti lo chiamavano capo, adesso tutti lo chiamano sensei)
Allora ho preparato una mia chicca: rombo ai tre pepi (verde rosso e bianco) con dragoncello in cartoccio al forno per 15 minuti e poi si apre il cartoccio e si versa un po` di olio extravergine del Garda.
Come contorno: valeriana con ananas e aceto balsamico. Sumochef se l'è magnato tutto!! Adesso racconta che il rombo dev`essere cotto così, è sano leggero e gustoso! Momenti di perplessità.
Ma facciamo fronte comune contro il managment che
1) vuole fare budget ma non si spende per avere buoni prodotti, e bisogna stare attenti a tutto, soprattutto al food cost (e mi sembra quasi di stare al mercato nero, l'olio del Garda l'ho portato dall'Italia, in Giappone non c'è)
2) all`endemica mancanza di soldi che pare affliggere il managment poi c`è uno spreco inverosimile per investimenti su non si sa cosa...
Chiedo: ma perché spendono i soldi così sul nulla? Sumochef mi batte sulla spalla e mi dice: bella domanda! non farla a me, falla a loro!
Momento di perplessità alternato a momento di sconforto.

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gennaio 10, 2006

sumochef: terza puntata



Sumochef e io abbiamo avuto una lite (giapponese) ma adesso è peggio di prima...Al GM non piaceva la composizione di fiori nella hall dell'hotel che non si accordava con il design della Beauty Farm all'ultimo piano. Mi ha preso e mi ha portato dalla fiorista, una piccola meravigliosa signora e come tutte le fioriste una poetessa. Facciamo pratica di comunicazione e rispondo in modo esaudiente a tutte le domande (quanti anni ho, stato civile, figlia, passioni, letteratura e...) finalmente parliamo di come teoricamente dovrebbero essere messi i fiori, e le spiego il progetto esposizione fiori (i suoi bouquet sono sublimi ma bisogna pensare ad un design che vada d`accordo con quello sopra, non sia mai che si offenda): non minimalista, non ikebana, ma entrambi quindi deve essere concettuale e semplice. Disegno e le dò delle idee guida: Basho (grande poeta zen del 1600) "un campo e il frinire di cicale e in lontananza ombre di guerrieri. Tombe" quindi un campo a primavera verso il tramonto quando l`aria quasi è trasparente e ti sembra di vedere qualcuno ma non c`è nessuno e la devastazione della guerra e la morte e...
parliamo di Ono no Komachi (grandissima poetessa dell'800 d.C.) "pensavo a lui poi dormiente lo sognai ah se sapevo che solo un sogno era non mi sarei svegliata" quindi una notte di mezza estate, si presenta l`amante portando dei regali (cibo e fiori), la luna, le stelle e il resto e poi c`è la mattina e il mal di schiena e...Tsurayuki (grande poeta del 900 d.C.) "cammino lento verso i scoscesi sentieri del Fuji e imbiancate sono le tempie come le cime" quindi rocce, neve, stanchezza e vecchiaia, l`inverno della vita e l`inverno della natura e i fiori dovranno dare questa idea...
Partite da questo abbiamo messo in piedi un progetto per tutte le stagioni diversificando fiori ed esposizioni. Allora sumochef passa e vede la prima composizione, passa vede la seconda composizione e questa mattina mi chiede se dietro 'sta roba ci sono io...ha chiesto, si è informato e sa che ci sono io...rispondo sì. Mi chiede che cosa faccio lì e rispondo che faccio consulenza
sumochef: Per la cucina o per tutto?
io stupita: sensei perché? (sensei è maestro e si usa come onorifico)
sumochef seccato: Io ti ho dato un orario di lavoro vorrei tu lo rispettassi!
Rido. Lui fa la faccia scura, è chiaramante incazzato.
Io tentando di essere diplomatica: sensei guarda che...
sumochef: Tu mi stai prendendo in giro
io: sensei non mi permetto di prenderti in giro
Sì, No, Sì
io: sensei quanti anni hai?
sumochef: cosa c`entra?
sensei! io ho firmato un contratto dove mi si chiedeva la consulenza di menù e progetti per un nuovo design.
Silenzio
sensei mi ci ha portato il GM dalla fiorista...parto e gli faccio la spiega (mi sembra di stare a scuola, con la giustificazione in mano)
sumochef: tu mi stai prendendo in giro lo sento!
sensei basta! io non prendo in giro nessuno. Se mi si chiede cosa penso, lo dico, altrimenti non dico...ma stiamo facendo una discussione sul nulla guarda che io lavoro anche quando non lavoro!
sumochef basito: Vuol dire?
che se vado in giro, guardo, raccolgo idee, penso, faccio fotografie interiori, scrivo, immagino, e poi progetto...
sumochef : Tu sei troppo creativa!
lo so è un male ma questo è il mio male, non tuo sensei.
Si alza bruscamente e se ne va. Più tardi passa in cucina, mi vede, io sorrido e lo saluto, lui si avvicina e mi dice:
Di chi è la poesia? (sotto la composizione di fiori si scrive anche la poesia di riferimento da cui si parte)
Ono no Komachi
Scoppia a ridere e mi batte la spalla e se ne va sghignazzando...ma non mi sopporta più! Lo sento.

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gennaio 02, 2006

sumochef: seconda puntata




Io e sumochef andiamo d'accordo, ma ovvio che sumochef sia un po' allergico alla mia persona (sono straniera e per di più donna, una diavola straniera) perché chi mi ha preso come consulente di fondo l'ha insultato e gli ha fatto perdere la faccia di fronte alla sua brigata. Il suo vero problema non è la mancanza di organizzazione, quanto di creatività. Sumochef è uno chef di banqueting: quando devi preparare 4 banchetti con una media di 500 persone al giorno, non devi essere per nulla creativo, devi essere tanto organizzato. Devi avere il controllo del budget, della grammatura per piatto, dell'organizzazione del personale e della brigata, delle stoviglie, dei piatti e solo alla fine molto alla fine puoi permetterti di fare il creativo. Forse.

Il general manager e sumochef non si sopportano, dire che si odiano è eccessivo, ma di certo non si sopportano in modo cordiale e in maniera orientale: estrema gentilezza reciproca, grandi sorrisi, inchini, ma non si ascoltano e non si sentono. Si guardano di sicuro ma non si vedono.

Vorrei parlare con sumochef e vorrei spiegargli che non sto minando la sua autorità, vorrei invitarlo fuori a bere una sera. In Giappone si usa così: ci si ubriaca davanti a un bicchiere e ci si parla in modo viscerale, tentando di trovare una soluzione e di avere una strategia comune per risolvere reciproci problemi. Così decido e una sera lo porto fuori, beviamo, chiaccheriamo e infine gli dico: tu sei bravo nel tuo lavoro, il problema è che dentro al tuo hotel hanno chiamato un'occidentale (sbagliando è ovvio) per svecchiare l'immagine dell'hotel. I tuoi piatti vanno bene, ma purtroppo non vanno bene per quello che pensano loro di fare. Dobbiamo trovare assieme un modo nuovo di presentare le cose, ho bisogno della tua collaborazione, ho bisogno tu capisca che la mia estetica è diversa dalla tua, come io imparo e prendo spunto dalla tua estetica vorrei tu facessi lo stesso con la mia. Mi piacerebbe tu accettassi a mente aperta il mio tentativo altrimenti il nostro lavoro è sprecato. Ti va di collaborare e cambiare oppure non ti interessa niente?

Sumochef ci pensa a lungo, sembra un po' confuso, è anche ubriaco, ma pare ci pensi. Ci rumina su. Vedremo nei prossimi giorni. Il giorno dopo mi dice buongiorno, si inchina e se ne va verso gli altri due banchetti a passo svelto, che anche se è grande e grosso, si muove veloce e sembra sempre stia per caricare qualcuno o qualcosa.

Cambiare per me è crescere, ma non so se sumochef voglia crescere. Uno a una certa età non ha più voglia di mettersi in gioco...partendo da me: io spero di cambiare fino al giorno in cui stramazzo al suolo, imparare fino all`ultimo respiro. Ma il mondo non gira attorno a me. La terra gira intorno al sole. Da un bel po' di milioni di anni. Da quasi 10 miliardi di anni. Per dire.

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dicembre 07, 2005

sumochef: prima puntata


Lo chef giappo dell'hotel di Kyoto pare un lottatore di sumo, sorride sempre e sembra il Buddha di Kamakura. Mi ha portato al mercato di Kyoto e mi ha spiegato verdure strane, pesci mai visti e metodi di cottura particolari. Sumochef è un grande chef ma accade spesso all'estero che la cucina francese faccia danni e a lui ha rovinato il gusto della cucina occidentale. Quella sana. Quella buona. Insomma la nostra cucina. Devo perciò insegnargli a cucinare all`italiana. Un'autentica sfida.
Sumochef è dotato di gran senso dell`umorismo e ci facciamo delle sane risate e per mia fortuna gli sto simpatica. Gli ho spiegato il grande uso delle erbe aromatiche nella cucina italiana facendogli l'esempio banale e molto conosciuto (e così di moda all'estero) del pesto, consigliandogli ovvia parsimonia d'aglio. L`idea del pestaggio gli è molto piaciuto. Ma ho notato che è un'idea che prende tutti, non solo i cuochi. Sembra che il mortaio e il pestello siano una specie di pugilato dove si può sfogare la violenza interiore. Il basilico in Giappone costa una follia. O meglio le erbe aromatiche in genere costano una follia (dal prezzemolo al basilico...costi assurdi!). Trovare un contadino giapponese che non stia in risaia e abbia una serra dove coltivi erbe aromatiche pare già un'impresa di suo...perché qui prima di arrivare sul mercato le erbe vengono coltivate, raccolte, tagliate nella stessa identica misura, lavate ramo per ramo, asciugate una per una, lucidate foglia per foglia, impacchettate a minuscoli mazzetti. Il prezzo finale di una foglia di basilico è uguale a 100 gr. di parmigiano stagionato 3 anni.
Sumochef quando ha saputo il costo del basilico in Italia ha sgranato l'occhione, si è stravaccato sulla sedia e ha borbottato una serie di punti esclamativi. Tutti molto grandi. Come lui. Quando io ho saputo il costo del mazzetto impacchettato di basilico ho tirato in ballo Marx e il marketing, ho maledetto il packging e ho sbraitato contro il ladrocinio legalizzato.
Non ho avuto cuore di dirgli che in alcuni mercati gli odori a volte li regalano. Concetto base da chiarire: NON nei mercati di Milano dove il costo del mazzo di basilico è simile a quello giapponese. Strana 'sta cosa.

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