novembre 14, 2010

2010. Hong Kong


Hong Kong: ritornarci dopo quattro anni e ritrovarla diversa e stupirsene. Forse è la tipica sensazione da europei, meglio da italiani. Forse perché abbiamo una mappatura permanente da città statica. Forse ci si dovrebbe abituare all'idea orientale dell'impermanenza, per cui, appena si può, si butta giù il vecchio e si ricostruisce tutto nuovo e luccicante. Il vecchio non è mai percepito come antico, ma solo come povero e sfigato. E nessuno vuole ricordare la propria povertà di fame e di astinenza. La ricchezza, la prosperità e l'abbondanza sono sinonimi di felicità e del resto il Buddha è un sorridente ciccione. Ritornare a Hong Kong per il meeting internazionale di cheffi italiani è stata una bella rimpatriata di gente che ha in comune una pratica vita di merda: si fanno orari massacranti, si spendono 12/14 ore al giorno in cucina, in un ambiente di caldo sfinente, per finire di avere vite affettive quasi inesistenti. L'altra nota in comune è la dedizione, la devozione e il dovere verso la cucina e il cibo. E si è parlato tanto di cibo, di nuove tecnologie, di materie prime ma soprattutto di difficoltà. Fare questo mestiere non legato al proprio territorio è da pazzi scriteriati. Riuscire a ricreare tutte le condizioni per costruire bene un piatto, che in Italia pare abbia un sapore e all'estero un altro, non è molto razionale come progetto. Eppure. Ci si prova a fare una cucina italiana fuori dai propri confini e in paesi difficili (l'India per esempio lo è in virtù del clima, dei dazi e della catena del freddo non rispettata), ci si tenta e incredibile ma vero, a volte ci si riesce. Anzi in molti casi vuoi la congiuntura economica, vuoi l'ambiente, vuoi le metropoli si mangia una cucina italiana più interessante all'estero che sotto casa.
C'è stata una cena di gala strepitosa a base di tartufo in cui degli amichetti cheffi stellati piemontesi hanno dato dei piatti perfetti e raramente capita in Italia di riuscire a mangiare così bene. Poi si gira per Hong Kong cercando di assaggiare le cucine degli altri e ci si imbatte in Zuma, un ristorante che consiglio vivamente. Un locale che ha tutte le caratteristiche da locale per fighette. Ma ha un servizio ottimo, ti aspetti una sola dietro l'angolo e invece no, che quando in Oriente il locale è pieno vuol dire che si mangia bene e non ci sono mode che tengano. Piatti bellissimi e buonissimi, sublimi come gusto e sostanza e colori e presentazione.
Hong Kong è una città dove ci sono pacchi di grattacieli e pacchi di ristoranti. E soprattutto tantissimi negozi di verdure e anatre laccate appese. Tante luci, tanti odori, tanti soldi che scorrono. Un golfo pieno di navi e un porto con una miriade di container che capisci che c'è tutto il mondo di merci che passa per quella parte di cielo.
E sì ho mangiato e bevuto e riso molto. Insomma era per dirvi che la vita continua. Che sto facendo molti pensierini e che sono alla ricerca della serenità perduta. Mica per dire. Sul serio.

5 Comments:

Anonymous Maurice said...

Mi ha preso un colpo all'inizio del post: vuoi vedere che la Piccola Collega ha fatto di nuovo le valigie? Invece era solo una gita fuori porta.
Aspetto con ansia di vedere cosa stai tramando. E baci alla tua tribù.
P.S. - Se va bene faccio anch'io le valigie, nonostante i capelli bianchi.

10:48 PM  
Blogger Loste said...

Quel "suppostone" in foto è il nuovo ICC che ha battuto il gemello IFC di fronte. Sotto ad entrambi due ristoranti della stessa catena "L'isola" per l'IFC e "Joia" per l'ICC ... provati ?!

Io mi son marcato su il tuo per il mio prossimo viaggio...

10:01 AM  
Blogger Nishanga said...

bentornasti..ewwiwa!

6:57 PM  
Blogger lapiccolacuoca said...

loste: sì, conosco gli chef lì e sono posti belli e si mangia bene. consiglio anche gaia. comunque a Hong Kong si mangia bene ovunque.

2:19 PM  
Anonymous Anonimo said...

c'ero anch'io ed è stato bello stare in compagnia con Giovanna e tutti gli altri...
Aldo

2:01 PM  

Posta un commento

<< Home