luglio 30, 2007

The peace of mind


Alle tre del pomeriggio tutti gli chef responsabili delle varie cucine si riuniscono nella loro saletta e mangiano tutti assieme. Si fa il punto della situazione, si scherza, si ride e si chiacchera. Gente che si conosce da 15 anni minimo. Gente che se ha viaggiato ha sempre comunque lavorato per la stessa compagnia. La cosa vista da fuori ha un che di impressionante. La Piccolacuoca sempre salottiera chiede della loro vita, domanda da dove vengono, delle famiglie, del loro lavoro e sono tutti molto disponibili a parlare degli affari propri che poi sono gli affari della famiglia a cui veramente appartengono: la Taj. Non ci sono molti segreti e se ce ne sono lo conoscono tutti. Vi e' la sensazione che appartengano a una classe privilegiata, a un club ben raccolto e unito nonostante le differenza d'eta', al fatto che condividano lo stesso lavoro, gli stessi orari e le stesse responsabilita' e che li unisca in uno spirito di gruppo molto vistoso. Lo si comprende subito che esistono legami sociali saldissimi tra loro e sono legami di primaria amicizia e solidarieta'. Quando ho chiesto quali fossero i veri benefici di lavorare in un posto come il Taj Mahal Hotel mi e' stata data una risposta estrema: The peace of mind. La Piccolacuoca ha aggrottato la fronte che quando si parla di spiritualita' le parte un sottile senso di confusione. E loro come sempre gentili si sono subito affrettati a spiegare: Guardati attorno, ti sei fatta un giro per Mumbai? Hai visto cosa c'e' fuori? Qui dentro c'e' il fatto di essere sicuri, di sapere cosa si sta facendo, di stare tranquilli, e anche se non si e' pagati tantissimo, anche se si lavora come pazzi, anche se per arrivare qui si percorre ore di traffico e casino, quando si entra sul posto di lavoro stiamo tutti bene. E' la pace della mente la cosa che ci unisce. Sappiamo cosa c'e' fuori. E' abbiamo deciso che e' meglio stare qui. Molto meglio.
Una mattina la Piccolacuoca voleva farsi un giro per le vie della citta' perche' dopo una settimana chiusa nel grande e opulento albergo
si sentiva come la principessa in una prigione dorata. Quando ha detto che voleva farsi un giretto le hanno sbarrato gli occhi spaventati e le hanno detto 'nonono mad'm we give you a car with a driver'. L'autista gentilissimo l'ha scorrazzata per il centro di Mumbai. Si e' visto la casa di Gandhi, la lavanderia di Mumbai che pareva un quadro dell'antica Roma, con i lavandari che sbattevano i panni in piccole vasche colme di sapone e acqua e li appendeva a lunghe cordicelle colorate per distinguerli e riportarli alle varie laundry sparse per la citta', il museo e la stazione e tanti quartieri tra grattacieli splendenti e palazzi fatiscenti. Per quanto si possa costruire bene, l'umidita' distrugge tutto, e ogni anno il monsone spazza via capanne e baracche di cartone e lamiera che immancabilmente sorgeranno di nuovo fino alla stagione successiva il tutto anche in pieno centro, e bimbi tanti, tanti, tutti affamati e denutriti, tra madri bambine che passavano chiedendo la carita'.
Lo si e' osservato attraverso i finestrini di un'auto con l'aria condizionata come calati in una specie di documentario senza suoni, come l'analisi fredda mentre si guardano i batteri al microscopio.
Solo al rientro si e' capito come doveva esserci rimasto Siddharta quando fuggi' di notte dal palazzo e ando' per le vie della citta'. Una sensazione di dolore e ansia soffocata dal rimpianto che nulla si puo' fare se non cambiare vita e fare il samaritano, oppure mettersi a meditare per tralasciare le passioni affinche' non si venga trascinati dal senso di colpa per altri
sfortunati esseri.
E si e' compreso il senso di cio' che gli chef andavano spiegando con la frase The peace of mind. Perche' fuori di qui giace l'orrore.

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luglio 27, 2007

Come inizia una leggenda


Tataji, parsi ricchissimo e sorridente, ben curato e vestito con eleganza vistosa, si presento' un caldo e umido pomeriggio di primavera di Bombay, sulla soglia dell'albergo Watson's per prendere un te' e stare tranquillo seduto a chiaccherare d'affari con altri gentlemen suoi pari.

Ma il portiere lo guardo' distolse in fretta il viso che non aveva cuore sapendo chi era di negargli nulla benche' facesse un segno garbato d'allontanarsi dall'uscio. Tataji, parsi ricchissimo e sorridente, non capi' subito a chi si riferisse e tranquillo prosegui'. Una schiera di servitori gli si fece incontro e Tataji, parsi ricchissimo e sorridente, senti' che il suo sorriso pacioso si stava via via congelando in un'atmosfera di gelido e disprezzante distinguo. Il mondo dei bianchi inglesi gli stava dicendo che lui non era persona gradita e che l'accesso a gente come lui era vietato. Si giro' e s'allontano'. Si sedette sulla carrozza e si fece portare a casa. Non parlo' e ne' accenno' alla cosa in famiglia. Semplicemente decise che avrebbe costruito il miglior albergo di tutti i tempi, un tempio ricchissimo il cui unico colore ben accetto fosse stato quello delle banconote e non quello della pelle. L'albergo sarebbe stato un suo personale Taj Mahal e cosi' lo chiamo' difatti e che avrebbe guardato il mare.
Adesso accanto all'enorme complesso hanno tirato su anche una torre. Un totale di 600 stanze, ci lavorano 2000 persone e ci sono 9 ristoranti. Tra cui Wasabi uno dei migliori giapponesi dell'Asia. Dal Sea Lounge le cui finestre s'affaciano sulla baia mentre si fa colazione si guarda The Gateway of India che sorge davanti al mare marrone e i bastimenti e le petroliere vanno e vengono. Un patio bellissimo all'interno offre riparo dalla calura e la piscina fa da corredo, dietro ci sono una spa e davanti una lunga galleria di boutique.
Colpisce comunque la bellezza che oltrepassa il concetto di lussuosita' del complesso, si rimane piuttosto abbagliati dalla disponibilita' degli esseri umani che vi lavorano. Sono gentili. Tutti. Non esiste un cameriere scontroso. Sorridono sempre e risolvono qualsiasi problemi uno possa avere.
Da cosa nasce una leggenda? non saprei. Forse sta nel fatto della quantita' di gente che vi lavora e dalla quantita' di soldi che una tale struttura smuove, dalla banchettistica e dall'allure storico. Di certo Tataji, parsi ricchissimo e sorridente pensava a questo. Ed e' cosi' che mentre la sua salma bendata alla maniera parsi giaceva nel Tempio del Silenzio e i corvi banchettavano delle sue carni terrene il suo spirito guardava allora e osserva sereno tuttora il Taj Mahal crescere e risplendere lucente, mentre il Watson's ha chiuso i battenti molto molto tempo fa.

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luglio 20, 2007

Il viaggio della Piccolacuoca

Diario di bordo 18 luglio 2007. La Piccolacuoca non dorme tutta la notte in preda all'angoscia. Insomma va in India e bisogna darle atto che non e' un posto che lei conosce a menadito. Chiude gli occhi alle 5 e 35 e si svegli alle 6 e 45. Sveglia la figlia e l'ex-marito. Entrambi le hanno promesso l'assoluta presenza all'aereoporto. Ci si accorge di essere in estremo ritardo e si passano i seguenti 15 minuti sull'auto a fare ginkane manco fosse un relly. Si arriva alla stazione per prender il trenino che porta in Malpensa e d'un tratto la Piccolacuoca si accorge di non avere soldi liquidi e di non sapere il pin della propria carta di credito. Non fa niente si prende il treno al volo. Corre voce ci sia lo sciopero dei controllori di volo e l'aereoporto di Malpensa e' strapieno. Dopo un'ora di coda si arriva al check in. La ragazza del desk prende il passaporto e la stampata del biglietto on-line. Digida i codici e mi guarda sorpresa. Ridigita e poi agrotta la fronte. La Piccolacuoca inizia ad avere una leggera restrizione dello sfintere.
La ragazza del desk: Ma le hanno cancellato due volte il nome e qui non risulta che lei oggi possa partire!


La Piccolacuoca: Prego? Sgrana l'occhio sconvolta.


La ragazza del desk: No, inoltre c'e' anche un'overbooking su questo volo quindi anche se la metto in lista d'attesa non credo possa partire oggi.


La Piccolacuoca: Cosa vuol dire che non parto? Devo essere a Mumbay questa sera mi stanno aspettando! Devo andare a lavorare.
Parte lo sclero della Piccolacuoca.


La famiglia attorno tenta di sdrammatizzare dando inutili consigli: telefoni, non ti preoccupare, parti domani, non fa niente.


La Piccolacuoca abbranca il cellulare e digita in modo furioso i numeri del Taj Mahal. Risponde un'indianina molto cortese ma molto stordita e passano tipo tre minuti, cade la linea perche' e' chiaro che il credito e' finito.
S'inizia una sorta di balletto. Non ci sono telefoni, invece ci sono, non ci sono le schede telefoniche internazionali, invece ci sono, non ci sono i soldi ma forse si trovano. Si passa la seguente mezzora per capire come funziona la carta telefonica internazionale e alla fine la Piccolacuoca sfinita parla con il responsabile indiano che cade dalle nuvole ma che l'assicura di risolvere il problemone. Difatti un quarto d'ora dopo il GM del Taj Mahal risolve la situazione chiamandola dall'India e dicendole che la partenza e' stata rinviata al giorno dopo. Stessa ora e stesso aereo.
La Piccolacuoca diventa la protagonista del remake 'Il giorno della marmotta'.


Diario di bordo 19 luglio 2007. La Piccolacuoca si sveglia disorientata che pensava di essere in India ma invece sta ancora a Milano. Sveglia tutta la famiglia e tranquillamente si va alla macchina, si caricano i bagagli e l'exmarito s'accorge che non ha piu' le chiavi. La Piccolacuoca e la figlia lo guardano allibite: non e' possibile, e questa frase verra' ripetuta nel seguente quarto d'ora a mo' di mantra. L'auto e' una Fiat, pare siano molto facili da rubare e difatti l'exmarito pensa di sfondare il finestrino per aprire la portiera e magari vedere se nel porta bagagli siano cadute le chiavi. La Piccolacuoca corre sopra a prendere cacciavite e martello. L'exmarito con un' abile mossa apre il finestrino di dietro senza fracassarlo e quindi allunga la mano verso il fermo e l'auto magicamente si riapre e si cerca affannosamente le chiavi mentre il tempo vorticosamente se ne vola via. Le chiavi si trovano fortunosamente scivolate dentro la maniglia della valigia. Di nuovo si fanno le ginkane. Si arriva alla Malpensa e questo giorno e questa ora la Piccolacuoca parte per l'India. Destinazione Mumbay.
Il viaggio sara' tranquillissimo e addirittura Piccolacuoca riesce a farsi un sonnellino. L'aereo e' in ritardo di mezzora. All'aereoporto prima della dogana un gentilissimo signore indiano si presenta, raccoglie la Piccolacuoca, prende i suoi bagagli, fa una conversazione salottiera e procede gentile ed efficiente verso l'uscita mentre la Piccolacuoca gli trotterella a fianco. Passa la dogana, nel senso che la oltrepassa salutando tutti i doganiere che lo ricambiano festosamente mentre di fianco gli stessi doganieri stanno procedendo a severissime misure di controllo aprendo tutte le valigie degli altri passaggeri. Alacramente si avvia fuori e la Piccolacuoca affronta una folla inverosimile di parenti e amici venuti ad accogliere gli altri passeggeri. Tutti toccano, urlano, sorridono e parlano ma il signore gentile li sorpassa e si avvia candidamente vero una mercedes bianca, da cui scende un autista vestito di bianco che carica i bagagli della Piccolacuoca. Il signore gentile la saluta e se ne va. E l'autista e la Piccolacuoca affrontano un lungo viaggio nel mezzo della baia di Mumbay, dove lei rischiera' l'infarto causa drammatica incompetenza dell'autista alla guida ma scoprira' che tutti (tuttituttitutti) non hanno la minima idea di semafori, precedenze e sorpassi e guidano come viene viene, pigiano affannati l'acceleratura e il clacson come se piovesse. Finalmente The gate of India aspetta la Piccolacuoca che come una regina di Spagna scende dall'auto, viene accolta da una marea di servitori che l'accompagnano, la riveriscono e le sorridono accoglienti e gentili dondolando la testolina. La stanza e' meravigliosa. Il bagno e' superbo. E non ci sono vacche sacre che scorazzano di qua e di la'.
Fuori il monsone sciacqua le puzze di Mumbay.

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luglio 15, 2007

2007. Bucarest. Papanati.





A Est prima dell'India c'è questa capitale che vi andrò a raccontare. Una capitale scarrupata, decadente e polverosa. Una capitale piena di anime zingaresche e piena di facce un po' così che poi non sono quelle dei francesi ma sono quelle degli italiani. Che poi com'è e come non è, sono sempre quelle facce che incontri nelle capitali d'orienti non affacendate e son facce da bucanieri che non hanno molto da dire in casa propria e scappano via a tentare la fortuna altrove. La capitale si chiama Bucarest, e prima molto prima dell'avvento del comunismo doveva essere meravigliosa. Poi è arrivato Ciausescu e ha abbattuto interi quartieri per farci i boulevard parigini. S'è fatto pure la sua di casa e l'ha chiamata La Casa del Popolo: enorme, opulenta e folle come lo era la reggia di Versailles. Nel pieno del suo delirio ha tentato di far diventare stanziale la popolazione Rom che è sempre stata nomade per eccellenza. Ha dato loro una casa e un lavoro e li ha piazzati tutti in pieno centro, un centro che è un po' turco, un po' austriaco e e un po' francese. Sperava che le case pericolanti venissero abbattute alla prima scossa di terremoto. Invece accadde che il terremoto arrivò ma abbattè i quartieri appena costruiti. E il centro rimase in piedi. Scarrupato, zingaresco e colorato. E' per questo che i rom abitano tutti nel centro in case bellissime seppur fatiscenti.
Bucarest è bella. Seriamente bella. Ma ci vorranno ancora due decenni prima che un serio restauro la riporti all'antico splendore. I rumeni son strani, son gentili e son affettuosi. Si stramazzano di birra e cibo e hanno questa cucina arcaica fatta di zuppe e aglio che loro chiamano ciorbe. Gran minestroni pieni di panna acida, e di tutti i tipi: con le polpette, con la trippa, con la carne o di sola verdura. E c'hanno tanti tipi di verze e l'insalata di verza la consiglio. Hanno svariati tipi di yogurt e panne acide buonissime.
Ho mangiato la miglior tartare della mia vita. La carne è buonissima, è carne che senti che sa di carne vera. Peccato che i rumeni la carne cruda non la mangiano perché fan parte del concetto alimentare da cultura arcaica : il crudo non si mangia. Perché fa subito malattia. In effetti la carne cruda la mangiano solo quelli che hanno una catena del freddo (frigoriferi ecc. ecc.) e i 'selvaggi' (alias raccoglitori-cacciatori). A tavola mi guardavano tutti sconvolti e piuttosto schifati. E poi hanno una bontà clamorosa chiamata: papanati (pronuncia papanasc). Una sorta di bombolone-kraffen servito caldo con panna acida e marmellata di albicocche (o di amarene). E' buonissimo: ma bisogna andare nei posti giusti altrimenti fa piuttosto schifo.
Un ottimo posto dove mangiarlo è il Bistrot Atheneu accanto all'Ateneo. Un posto che ai rumeni non piace ma a noi occidentali moltissimo perchè si respira l'aria dell'antico del secolo scorso.
Bucarest vale la pena di andarci a vedere le case abbandonate, le strade polverose, sorbirsi ciorbe, mangiare papanati, bere ottima birra. E insomma non è mica così vero che i rumeni son brutta gente. La brutta gente che ho visto lì sono solo gli italiani. Per dire.
Bistro Atheneu, St.Episcupei n.3, tel. 3134900, Bucarest.

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