luglio 27, 2007

Come inizia una leggenda


Tataji, parsi ricchissimo e sorridente, ben curato e vestito con eleganza vistosa, si presento' un caldo e umido pomeriggio di primavera di Bombay, sulla soglia dell'albergo Watson's per prendere un te' e stare tranquillo seduto a chiaccherare d'affari con altri gentlemen suoi pari.

Ma il portiere lo guardo' distolse in fretta il viso che non aveva cuore sapendo chi era di negargli nulla benche' facesse un segno garbato d'allontanarsi dall'uscio. Tataji, parsi ricchissimo e sorridente, non capi' subito a chi si riferisse e tranquillo prosegui'. Una schiera di servitori gli si fece incontro e Tataji, parsi ricchissimo e sorridente, senti' che il suo sorriso pacioso si stava via via congelando in un'atmosfera di gelido e disprezzante distinguo. Il mondo dei bianchi inglesi gli stava dicendo che lui non era persona gradita e che l'accesso a gente come lui era vietato. Si giro' e s'allontano'. Si sedette sulla carrozza e si fece portare a casa. Non parlo' e ne' accenno' alla cosa in famiglia. Semplicemente decise che avrebbe costruito il miglior albergo di tutti i tempi, un tempio ricchissimo il cui unico colore ben accetto fosse stato quello delle banconote e non quello della pelle. L'albergo sarebbe stato un suo personale Taj Mahal e cosi' lo chiamo' difatti e che avrebbe guardato il mare.
Adesso accanto all'enorme complesso hanno tirato su anche una torre. Un totale di 600 stanze, ci lavorano 2000 persone e ci sono 9 ristoranti. Tra cui Wasabi uno dei migliori giapponesi dell'Asia. Dal Sea Lounge le cui finestre s'affaciano sulla baia mentre si fa colazione si guarda The Gateway of India che sorge davanti al mare marrone e i bastimenti e le petroliere vanno e vengono. Un patio bellissimo all'interno offre riparo dalla calura e la piscina fa da corredo, dietro ci sono una spa e davanti una lunga galleria di boutique.
Colpisce comunque la bellezza che oltrepassa il concetto di lussuosita' del complesso, si rimane piuttosto abbagliati dalla disponibilita' degli esseri umani che vi lavorano. Sono gentili. Tutti. Non esiste un cameriere scontroso. Sorridono sempre e risolvono qualsiasi problemi uno possa avere.
Da cosa nasce una leggenda? non saprei. Forse sta nel fatto della quantita' di gente che vi lavora e dalla quantita' di soldi che una tale struttura smuove, dalla banchettistica e dall'allure storico. Di certo Tataji, parsi ricchissimo e sorridente pensava a questo. Ed e' cosi' che mentre la sua salma bendata alla maniera parsi giaceva nel Tempio del Silenzio e i corvi banchettavano delle sue carni terrene il suo spirito guardava allora e osserva sereno tuttora il Taj Mahal crescere e risplendere lucente, mentre il Watson's ha chiuso i battenti molto molto tempo fa.

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luglio 20, 2007

Il viaggio della Piccolacuoca

Diario di bordo 18 luglio 2007. La Piccolacuoca non dorme tutta la notte in preda all'angoscia. Insomma va in India e bisogna darle atto che non e' un posto che lei conosce a menadito. Chiude gli occhi alle 5 e 35 e si svegli alle 6 e 45. Sveglia la figlia e l'ex-marito. Entrambi le hanno promesso l'assoluta presenza all'aereoporto. Ci si accorge di essere in estremo ritardo e si passano i seguenti 15 minuti sull'auto a fare ginkane manco fosse un relly. Si arriva alla stazione per prender il trenino che porta in Malpensa e d'un tratto la Piccolacuoca si accorge di non avere soldi liquidi e di non sapere il pin della propria carta di credito. Non fa niente si prende il treno al volo. Corre voce ci sia lo sciopero dei controllori di volo e l'aereoporto di Malpensa e' strapieno. Dopo un'ora di coda si arriva al check in. La ragazza del desk prende il passaporto e la stampata del biglietto on-line. Digida i codici e mi guarda sorpresa. Ridigita e poi agrotta la fronte. La Piccolacuoca inizia ad avere una leggera restrizione dello sfintere.
La ragazza del desk: Ma le hanno cancellato due volte il nome e qui non risulta che lei oggi possa partire!


La Piccolacuoca: Prego? Sgrana l'occhio sconvolta.


La ragazza del desk: No, inoltre c'e' anche un'overbooking su questo volo quindi anche se la metto in lista d'attesa non credo possa partire oggi.


La Piccolacuoca: Cosa vuol dire che non parto? Devo essere a Mumbay questa sera mi stanno aspettando! Devo andare a lavorare.
Parte lo sclero della Piccolacuoca.


La famiglia attorno tenta di sdrammatizzare dando inutili consigli: telefoni, non ti preoccupare, parti domani, non fa niente.


La Piccolacuoca abbranca il cellulare e digita in modo furioso i numeri del Taj Mahal. Risponde un'indianina molto cortese ma molto stordita e passano tipo tre minuti, cade la linea perche' e' chiaro che il credito e' finito.
S'inizia una sorta di balletto. Non ci sono telefoni, invece ci sono, non ci sono le schede telefoniche internazionali, invece ci sono, non ci sono i soldi ma forse si trovano. Si passa la seguente mezzora per capire come funziona la carta telefonica internazionale e alla fine la Piccolacuoca sfinita parla con il responsabile indiano che cade dalle nuvole ma che l'assicura di risolvere il problemone. Difatti un quarto d'ora dopo il GM del Taj Mahal risolve la situazione chiamandola dall'India e dicendole che la partenza e' stata rinviata al giorno dopo. Stessa ora e stesso aereo.
La Piccolacuoca diventa la protagonista del remake 'Il giorno della marmotta'.


Diario di bordo 19 luglio 2007. La Piccolacuoca si sveglia disorientata che pensava di essere in India ma invece sta ancora a Milano. Sveglia tutta la famiglia e tranquillamente si va alla macchina, si caricano i bagagli e l'exmarito s'accorge che non ha piu' le chiavi. La Piccolacuoca e la figlia lo guardano allibite: non e' possibile, e questa frase verra' ripetuta nel seguente quarto d'ora a mo' di mantra. L'auto e' una Fiat, pare siano molto facili da rubare e difatti l'exmarito pensa di sfondare il finestrino per aprire la portiera e magari vedere se nel porta bagagli siano cadute le chiavi. La Piccolacuoca corre sopra a prendere cacciavite e martello. L'exmarito con un' abile mossa apre il finestrino di dietro senza fracassarlo e quindi allunga la mano verso il fermo e l'auto magicamente si riapre e si cerca affannosamente le chiavi mentre il tempo vorticosamente se ne vola via. Le chiavi si trovano fortunosamente scivolate dentro la maniglia della valigia. Di nuovo si fanno le ginkane. Si arriva alla Malpensa e questo giorno e questa ora la Piccolacuoca parte per l'India. Destinazione Mumbay.
Il viaggio sara' tranquillissimo e addirittura Piccolacuoca riesce a farsi un sonnellino. L'aereo e' in ritardo di mezzora. All'aereoporto prima della dogana un gentilissimo signore indiano si presenta, raccoglie la Piccolacuoca, prende i suoi bagagli, fa una conversazione salottiera e procede gentile ed efficiente verso l'uscita mentre la Piccolacuoca gli trotterella a fianco. Passa la dogana, nel senso che la oltrepassa salutando tutti i doganiere che lo ricambiano festosamente mentre di fianco gli stessi doganieri stanno procedendo a severissime misure di controllo aprendo tutte le valigie degli altri passaggeri. Alacramente si avvia fuori e la Piccolacuoca affronta una folla inverosimile di parenti e amici venuti ad accogliere gli altri passeggeri. Tutti toccano, urlano, sorridono e parlano ma il signore gentile li sorpassa e si avvia candidamente vero una mercedes bianca, da cui scende un autista vestito di bianco che carica i bagagli della Piccolacuoca. Il signore gentile la saluta e se ne va. E l'autista e la Piccolacuoca affrontano un lungo viaggio nel mezzo della baia di Mumbay, dove lei rischiera' l'infarto causa drammatica incompetenza dell'autista alla guida ma scoprira' che tutti (tuttituttitutti) non hanno la minima idea di semafori, precedenze e sorpassi e guidano come viene viene, pigiano affannati l'acceleratura e il clacson come se piovesse. Finalmente The gate of India aspetta la Piccolacuoca che come una regina di Spagna scende dall'auto, viene accolta da una marea di servitori che l'accompagnano, la riveriscono e le sorridono accoglienti e gentili dondolando la testolina. La stanza e' meravigliosa. Il bagno e' superbo. E non ci sono vacche sacre che scorazzano di qua e di la'.
Fuori il monsone sciacqua le puzze di Mumbay.

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luglio 15, 2007

2007. Bucarest. Papanati.





A Est prima dell'India c'è questa capitale che vi andrò a raccontare. Una capitale scarrupata, decadente e polverosa. Una capitale piena di anime zingaresche e piena di facce un po' così che poi non sono quelle dei francesi ma sono quelle degli italiani. Che poi com'è e come non è, sono sempre quelle facce che incontri nelle capitali d'orienti non affacendate e son facce da bucanieri che non hanno molto da dire in casa propria e scappano via a tentare la fortuna altrove. La capitale si chiama Bucarest, e prima molto prima dell'avvento del comunismo doveva essere meravigliosa. Poi è arrivato Ciausescu e ha abbattuto interi quartieri per farci i boulevard parigini. S'è fatto pure la sua di casa e l'ha chiamata La Casa del Popolo: enorme, opulenta e folle come lo era la reggia di Versailles. Nel pieno del suo delirio ha tentato di far diventare stanziale la popolazione Rom che è sempre stata nomade per eccellenza. Ha dato loro una casa e un lavoro e li ha piazzati tutti in pieno centro, un centro che è un po' turco, un po' austriaco e e un po' francese. Sperava che le case pericolanti venissero abbattute alla prima scossa di terremoto. Invece accadde che il terremoto arrivò ma abbattè i quartieri appena costruiti. E il centro rimase in piedi. Scarrupato, zingaresco e colorato. E' per questo che i rom abitano tutti nel centro in case bellissime seppur fatiscenti.
Bucarest è bella. Seriamente bella. Ma ci vorranno ancora due decenni prima che un serio restauro la riporti all'antico splendore. I rumeni son strani, son gentili e son affettuosi. Si stramazzano di birra e cibo e hanno questa cucina arcaica fatta di zuppe e aglio che loro chiamano ciorbe. Gran minestroni pieni di panna acida, e di tutti i tipi: con le polpette, con la trippa, con la carne o di sola verdura. E c'hanno tanti tipi di verze e l'insalata di verza la consiglio. Hanno svariati tipi di yogurt e panne acide buonissime.
Ho mangiato la miglior tartare della mia vita. La carne è buonissima, è carne che senti che sa di carne vera. Peccato che i rumeni la carne cruda non la mangiano perché fan parte del concetto alimentare da cultura arcaica : il crudo non si mangia. Perché fa subito malattia. In effetti la carne cruda la mangiano solo quelli che hanno una catena del freddo (frigoriferi ecc. ecc.) e i 'selvaggi' (alias raccoglitori-cacciatori). A tavola mi guardavano tutti sconvolti e piuttosto schifati. E poi hanno una bontà clamorosa chiamata: papanati (pronuncia papanasc). Una sorta di bombolone-kraffen servito caldo con panna acida e marmellata di albicocche (o di amarene). E' buonissimo: ma bisogna andare nei posti giusti altrimenti fa piuttosto schifo.
Un ottimo posto dove mangiarlo è il Bistrot Atheneu accanto all'Ateneo. Un posto che ai rumeni non piace ma a noi occidentali moltissimo perchè si respira l'aria dell'antico del secolo scorso.
Bucarest vale la pena di andarci a vedere le case abbandonate, le strade polverose, sorbirsi ciorbe, mangiare papanati, bere ottima birra. E insomma non è mica così vero che i rumeni son brutta gente. La brutta gente che ho visto lì sono solo gli italiani. Per dire.
Bistro Atheneu, St.Episcupei n.3, tel. 3134900, Bucarest.

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giugno 10, 2007

Lapiccolacuoca va in India


Vado in India. Mica per ridere. Sul serio. Per starci tanto: un anno tutto. Parto e vado a lavorare per la catena Taj e per chi non lo sapesse c'è pure l'albergo Taj Mahal (stesso nome della settima meraviglia del mondo dovuta a Shah Jahan che pazzo di dolore per la morte della moglie Mumtaz le costruì una -meglio dire LA- tomba -meglio dire IL mausoleo più bello del mondo- giusto per ricordare al suo di mondo della perdita, del lutto e della morte di un essere amato tantotanto). Me ne vo contenta seppur non felicefelice, perchè devo lasciare qui la figlia e assai mi dispiace, meglio dire m'addolora.
Comprendo appieno quanto l'emigrazione faccia parte delle mie corde lontane, soggiace nei ricordi della mia esistenza,
ne comprendo appieno lo strazio viscerale di lasciare gli affetti più urgenti e cari. Ma finisce sempre che pur'io emigro perchè son figlia di quella generazione lì: quella che è partita per far i soldi, per la fame e non certo per spirito d'avventura. Almeno posso dire d'avere un po' di spirito d'avventura. O forse è solo (in)sana incoscienza. Vado a Chennai laggiù nel sud dell'India, vado al Taj Coromandel ad aprire un ristorante italiano e a insegnare agli indiani la cucina italiana. Vado a fare il mio mestiere: l'opening chef. Il ristorante italiano: non si sa come si chiamerà e stiamo pensando al nome. Suggerimenti? Sarà un parto. Me lo sento. E sento che saranno gioie e dolori e prevedo immense disgrazie e grandi soddisfazioni. E lo so che il mio cuore si spezzerà alla vista di fame e miseria e si struggerà alla visione di dei molto più antichi dei nostri. Magari fondo pure io una nuova religione.
Capirete di certo che il blog assumerà contorni diversi e sarà molto più diario di viaggio.
Dovrei raccontare di quanto sia stata infelice quaggiù ma davvero non ho voglia. Alla fine se dei mali si sta troppo a dire, il male rimane, s'impianta e s'infoltisce. Generando malessere. Che non smette d'essere male.
Comunque vi terrò informati.
Non ero morta, vi spiego: stavo solo giocando troppo e mi stavo un po' perdendo.
Adesso il gioco s'è fatto d'improvviso serio. E' diventato d'un tratto un viaggio. Lontano.
Vado in India. Mica per dire. Sul serio.

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maggio 17, 2007

E si vive pericolosamente


Ogniqualvolta passavo da quella via vedevo la vecchia cascina e mi facevo un sacco di film, di come doveva essere Milano in un altro tempo con un vecchio portone e un grande giardino con la sua corte e le stanze che s'affacciavano sull'aia. E poi un giorno la cascina s'è aperta, era un giorno di settembre e ho letto che c'era il progetto Cuccagna e ci sono entrata e lì, nel vicolo Cuccagna, c'ho avuto una visione.
C'ho visto un'enorme cucina con le assi di legno e la cappa in mezzo e le sedie di paglia e le pentole di rame e le zuppe e le minestre, e fuori la serra di erbe aromatiche e dall'enorme cucina uscivan odori buoni e succulenti e tanta gente attorno che faceva di nuovo della cascina un posto vivo e si dava da mangiare agli affamati di stomaco e di spirito.
Allora ce l'ho detto alla cooperativa che se non hai un progetto rivoluzionario che cazzo di senso dai alla vita tua? insomma guardatevi in giro: una quintalata di persone mangia male, butta via il cibo, è grassa perché è povera, perché è sola, perché è abbandonata, perchè nessuna dà loro da mangiare...e parlavo e parlavo e mi hanno ascoltata e forse han capito che fare un semplice ristorante era da poveri illusi. Insomma è meglio dar da mangiare ai poveri di stomaco e di spirito che fare il ristorante senza un senso alto e dispendioso.
Insegnare il surplus alimentare, il cibo povero e il cibo dei poveri ai poveri di spirito affinché s'arricchiscano di stomaco e di mente, insegnare a produrre e riciclare, insegnare a non buttar nulla, proprio qui a Milano alla cascina Cuccagna.
Sì lo so: è un'idea antica, viziata dagli anni del collegio cattolico, sì lo so: sono pazza, ma qui si vive pericolosamente e devo trovare un sacco di sponsor e un sacco di soldi.
Ekkekkazzo mica mi chiamo Gesù. Mi chiamo Giovanna, (la pazza). Per dire.

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gennaio 18, 2007

1981. Parigi. La cena.


1981. Partimmo da Venezia per andare a Parigi con il treno. Chiaro che c'era Matteo con la chitarra e noi tutti passammo la notte a cantare canzoni di De Andrè e di Battisti. Binomio orrendo ma allora si usava così. L'impegno e il disimpegno. Poi attaccammo con i Talking Heads e i Clash insomma una nottata lunga e rumorosa. Arrivammo alla Gare de Lyon stremati. Dovevamo finire al campeggio di Bois de Boulogne. Prendemmo metropolitane su metropolitane, affamati e stanchi montammo la tenda e ci accasciammo a dormire. E poi Parigi ci accolse. Eravamo in dieci e a Parigi l'unico che c'era stato era Matteo, che ci fece un po' da guida nei giorni seguenti finchè parve d'esserci benissimo ambientati. Delle due settimane che la guardai, andai in giro, girovagai nei quartieri turistici e quelli meno conosciuti, quello che più mi è rimasto dentro fu il colore del cielo e le sue nuvole e soprattutto l'aria che nella mia testa sapeva di bagette e formaggi. Ma anche di pasticcini. E di profumi lussuosi.
Quando vado in paese straniero la prima cosa che faccio è di entrare nei supermercati e nei negozi di cibo. A Parigi i supermercati erano fenomenali, pieni di roba e colmi di vini con etichette meravigliose. Guardavo le vetrine delle macellerie che a Parigi ai tempi erano piene di animali appesi e 'sta cosa a me affascinò assai. M'affascinavano le pollerie con le lepri, i conigli, le faraone, le oche tutti appesi con manti e pelliccette. Adesso per questioni igieniche è tutto diverso ma allora era prassi. E a me piacque un casino. Mi faceva molto film horror ambientato nell'800.
E poi nei mercati i banconi strapieni di patè e formaggi. E le pasticcerie che parevano gioiellerie. E soprattutto la brioche. Il croissant. Il pain au chocolate. Di cui ci strafogammo essendo alimenti molto a basso costo e vicini alle nostre povere tasche. Mi piaceva la vita di quartiere che ruotava attorno ai bistrot che poi stavi un po' a guardare e sembravano i bar dei nostri paesi. Tutti che si conoscevano e si salutavano e nessuno che si faceva i cazzi suoi. Tutti che sapevano di tutti. E lo sguardo che ti inquadrava subito come un turista e non come un autoctono.
Ovvio che essendo studenti non avevamo una lira e quindi passavano sempre a fare la spesa nei supermercati e si finiva per mangiare pere, formaggio, patè, bagette, brioches, insomma una vita abbastanza grama dal punto di vista alimentare. Mica potevamo permetterci il ristorante.
Ma un giorno Matteo ci stupì con effetti speciali e disse che una cara amica della sua mamma ci aveva invitato a casa sua quel sabato sera. Insomma stavamo andando ad una cena a casa di una parigina. Lodammo molto Matteo che ci stava salvando da un'altra misera serata a mangiare roba fredda. Non sapevamo che la signora abitava in un palazzo (di sua proprietà) che dava sulla Senna vicino a Notre Dame. Quando lo scoprimmo ci rimanemmo molto di sale. Non c'eravamo vestiti bene, anzi apparivamo una piccola banda di straccioni. L'unico fattore positivo era che m'ero impuntata che si doveva portare almeno un mazzo di fiori alla signora. Feci una sorta di esproprio proletario prelevando denari dalle tasche dei miei compagni di disavventura e acquistai un enorme mazzo di fiori, bellissimo, e di cui fui fiera. Gli altri mi odiarono ma poi mi ringraziarono. A fine serata. Dopo la cena.

La signora era vedova ed era una donna meravigliosa, piccola, fragile e bellissima che ci accolse con estrema nobiltà e gentilezza, ci presentò la figlia altrettanto piccola e bellissima e di cui tutti i maschi s'innamorarono così seduta stante (e c'ha pure i soldi! disse il Vince) e ci fece accomodare nella sala immensa con tavola apparecchiata. Ci sembrava di essere caduti in un sogno. Per noi 10 ragazzi provinciali, ironici e punkettari fu uno spasso, pensavamo stessero girando un film e ci fosse la candid camera nascosta da qualche parte. Per nostra fortuna quasi tutti noi eravamo stati educati bene a tavola. Sapevamo soprattutto quale posate usare (e ce n'erano tantissime), e non facemmo figure di merda. Benchè punkettari eravamo alla fin fine dei borghesi e si sà tutti i borghesi riconoscono la richezza sedimentata. La signora sapeva l'italiano e verso metà serata riuscimmo banda di guitti a farla ridere. Aveva una risata cristallina e trascinante che pareva quella di una bimba gioiosa. Scherzammo molto e l'atmosfera rarefatta divenne grazie alle numerose bottiglie di vino allegra e rilassata. La signora fu vera signora e come tutti i gourmand ci passò preziose informazioni su cibi e bevande.
La cena? ekkevelodicoaffare: fu sublime. Sarà stata la fame ma fu un alto tripudio di grande cucina francese: un piatto enorme di formaggi, un piatto di paté e fois gras, enormi quantità di vino rosso, un brodo (cazzo il brodo! ma allora è come a casa! sussurrò Vince, no l'ospedale! mormorai io, si chiama consommé testedikazzo! disse Matteo), faraona con salsa alle prugne e poi lepre con verdure, insalate varie, e per finire una mousse che ancora ricordo. Una mousse allo champagne Krug (nota bene Krug: razza di ignoranti) accompagnata da appunto un flute di Krug.
Fu una cena memorabile. Non mangiai mai più così bene a Parigi benché ci sia ritornata tante volte e mi sia fatta degli azzeccati tour enograstronomici.
Ma come dicevo: si era nel 1981 e noi avevamo fame e la fame fa strani scherzi alle papille gustative ma Parigi è sempre Parigi e io non c'ho mai mangiato male. Mai. Mica per dire. Sul serio.

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ottobre 10, 2006

2005. Seul. Kimchi.




Mi mandano da Tokyo a Seul perché è scaduto il visto. Da quando sono cadute le Torri i governi hanno deciso che le frontiere devono essere chiuse, perciò si chiudono non rinnovando i visti e sbattendo fuori le persone che stanno lavorando, studiando e vivendo. Visto scaduto, quindi viaggio fuori dalle frontiere giapponesi. Meta più vicino: Seul.
Sono felice di andare a Seul perchè da quando sono a Tokyo seguo sempre "Dae Jang Geum", una soap storica ambientata nella Corea del XV sec. che narra le gesta di una cuoca di corte (la cucina di corte aveva una scuola statale a numero chiuso, si studiava cucina e medicina assieme). E' una storia dove ci sono buoni e cattivi e tantissime kattivissime invidiose, ma soprattutto milioni di informazioni sull'antica cucina di corte. L'ultima cuoca di corte si chiamava Han Hee-sun, della dinastia Choson. La telenovela è famosa in tutto l'Oriente, milioni di casalinghe seguono le avventure della buona, onesta e bella nonchè intelligente Gianghiu (Jang Geum si pronuncia appunto Gianghiu). Milioni di lacrime versate per la sfortunata Gianghiu, che ha un accumulo di sfighe che neanche Candycandy. Ma ormai ho capito sta cosa: gli orientali adorano piangere.
Arrivo di sera in questo aereoporto enorme, un po' sciatto, non lucente, un sacco di luce livida con le superfici che non la riflettevano. Intuisco che la Corea rientra in quei paesi che io definisco: 'voglio ma non posso'. Mille piccole cose che fanno la differenza tra il vero ricco e il quasi ricco e una di questa è la luce dell'aereoporto. La stessa luce la trovi a Mosca, a Mombay, a Pechino. L'aereoporto ha un'odore tra cavolo cinese, aglio e un'altro irriconoscibile un po' stantio ma che scoprirò nei giorni seguenti essere l'odore tipico di Seul. Per arrivare in città bisogna prendere l'autobus o la metropolitana. Opto per l'autobus così mi dico vedo la città.
Scelta sbagliatissima. Entro in un delirio di traffico che Milano all'ora di punta in tangenziale pare una gara di Valentino Rossi che sta rimontando. Seul è enorme, e il traffico somiglia paradossalmente a quello di Napoli, il rosso del semaforo è una lucetta dell'albero di Natale, s'accende e si spegne a intermittenza senza un particolare significato. Dopo tre ore arrivo in albergo definito deluxe e mi chiedo perplessa dov'è il lusso. Mi viene il magone che ero abituata alla pulizia giapponese. Non faccio però a tempo a deprimermi perché ho appuntamento con lo chef dell'Holiday Inn: Maurizio. Emigrato 10 anni fa, ha sposato una coreana e vive bene e sta bene. Una bella persona, è disponibilissimo a farmi da guida e spiega.
Mi dice che la nostalgia di casa ce l'ha sul cibo, ma siccome fa cucina italiana e insegna a cucinare italiano riesce a superare i brutti momenti.
Mi fa scoprire il dietro dell'albergo dove sembra di entrare in un film anni '50 nei bassi napoletani, manca Totò e poi è uguale. Mercati buttati sulla strada, un casino, un'atmosfera meravigliosa, tra lo sgarrupato e il devastato, sembra di stare a Forcelle.
Tra il vento freddo e lo smog, girando per i magazzini e osservando i vestiti tradizionali, assolutamente superbi, semplici ed elegantissimi, comprendo che in realtà la Corea sta vivendo una crisi economica non indifferente. Comprendo inoltre che i coreani non sono per nulla gentili. Gente aspra, cattiva, aggressiva e poco accogliente. Sembra quasi che se la tirino. Eppure dietro la scortesia noto una mancanza di ipocrisia e una chiarezza che venendo dal Giappone apprezzo molto.
Maurizio mi porta in giro per la città e mi dice cosa devo andare a vedere sottolineando che non c'è niente di veramente antico. Tutto ricostruito. Perché quando sono arrivati i giapponesi nella loro grande espansione asiatica degli anni '30 hanno distrutto tutto (la differenza tra nazisti e nipponici sta nel fatto che i nazisti rubavano quello che c'era nei musei degli altri. I giapponesi no. Bruciavano tutto. Tutto brutto dicevano.) E poi finiamo in questo ristorante bellissimo dentro a una villa vicino al Palazzo imperiale. Le signore che servono sono vestite come Gianghiu e io mi emoziono. Perché bisogna aggiungere che i coreani sono i belli dell'Oriente e le donne in effetti sono belle sul serio. Il menù è ben scritto e scopro che tutto ha quel strano sapore, odore e colore sentito all'aereoporto e finalmente Maurizio mi spiega cos'è. E' il kimchi: il cavolo cinese messo in salomoia con peperoncino e aglio. Una violenza gustativa. Ma è buono. Un gusto contadino. Manca solo l'olio d'oliva, ci fosse si potrebbe dire di stare in Calabria. Tutte le donne coreane lo fanno in casa. Ogni famiglia ha la sua ricetta. Insomma il kimchi è come il sottolio da noi.
E' buono la prima volta. Anche la seconda. Poi siccome lo mettono ovunque, diventa nauseabondo. E se osi chiedere un piatto senza kimchi ti osservano come tu fossi un povero demente senza lingua.
Tre giorni con il kimchi. La mattina mi svegliavo e sentivo odore di kimchi, la sera mi addormentavo con l'odore di kimchi. M'era presa una fissa da paranoica. Il terzo giorno prima di partire girovagando, ho visto la salvezza d'Occidente nominata Starbucks. Mi sono fiondata lì e mi sono divorata muffins, cheese-cake e tre bicchieroni di caffè. La coreana alla cassa mi ha offerto una confezione di kimchi
da mettere non so dove. Me l'ha offerta e sorrideva gentile, l'unica gentile trovata l'ultimo giorno di Corea, e io sorridente in risposta ho scosso la testa, ma lei sorrideva e me l'ha messa sul vassoio e allora l'ho presa e adesso è dentro allo scomparto del mio frigo. Non ho il coraggio di aprirla. Ho paura. Un moderno terrore. Altro che fungone nucleare. Per dire.
(a sinistra Gianghiu, a destra l'ultima cuoca di corte Han Hee-sun)

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maggio 06, 2006

2006. Rimini. Le amarene.


Tirava un vento che non vi sto a dire. Un vento gelido, quello che ti stacca le orecchie e il naso. Il mare neanche minaccioso, di certo non calmo, sbatteva le onde sul battiasciuga con particolare violenza. La spiaggia era deserta e le bandierine erano congelate dritte, neanche sbattevano, se ne stavano proprio dritte sull'attenti da tanto freddo che faceva. Ogni mattina dalla stanza dell'Hotel Mediterraneo appena sveglia osservavo il mare e seppur con tanto vento mi metteva tranquillità. Mi veniva da cantare la canzone di Ruggeri "il mare d'inverno" e difatti era pieno inverno...
Uno che non mette tranquillità è Nicola Fabbri, un uomo con l'argento vivo che gli scorre nel sangue, dall'attività e dall'intelligenza brillante, simpatico e come se non bastasse è pure bolognese. Alto, magro e abbronzato, sempre elegantissimo e chicchissimo, sembra uscito da un film anni '50, per quella sottigliezza d'essere gentiluomo e nel contempo per la grande disponibilità umana di imprenditore da ricchezza sedimentata, che nulla deve dimostrare, ma che deve mandare avanti un bel po' di azienda. Credo che l'amarena Fabbri stia nell'immaginario collettivo di tutti gli italiani della generazione anni '60, chi non si ricorda la boccia di ceramica con i fiorellini blu? Siamo cresciuti con quel carosello, e tuttora molti miei amici hanno una passione smodata per le amarene e continuano ad averla seppur segreta e nascosta. Le amarene hanno la capacità di riportarmi subito indietro nel tempo: quando andavamo a raccoglierle con nonna Teresa e stavamo poi a cuocerle per trattarle e a metterle sotto vetro. Le amarene sono strane e speciali, antiche e arcaiche. Perché non sono grosse e ciccione come i duroni, sono piccole, aspre e amare e bisogna zuccherarle tanto affinché diventino commestibili. Insomma le amarene sono un frutto arcigno.
Tutto il contrario di Nicola che non è per nulla arcigno. Anzi. Mi faccio sempre delle grasse risate quando ci vediamo, sarà l'accento, saranno i modi da vero signore, sarà la simpatia innata, sarà la carica umana, finisce che mi diverte incondizionatamente.
A Rimini ogni anno si fa una fiera importante detta Sigep, è la fiera dei gelatai e dei pasticcieri. L'azienda Fabbri aveva indetto un concorso lo scorso anno e non so come l'ho anche vinto (ma secondo me giusto perché sono raccomandata e sono amica sua...questa è la mia spiega scientifica, e qui c'è la ricetta della vittoria). Sono stati un tre giorni intensi e febbrili e Nicola è stato molto ospitale e gentile e cortese e tutte quelle cose lì che ti mettono a tuo agio e alla fine non so perché ma addirittura mi hanno dato un premio! Adesso quel premio torreggia accanto alle bottiglie preziose di casa. E anche se i premi a me non piacciono e detesto le premiazioni e faccio di tutto per uscirne viva e m'ammorbano profondamente e i concorsi mi fanno abbastanza pena, (ma perché sono una con la puzza sotto il naso, un'ignobile snob...senza nessuna nobilitate appunto) devo dire che incredibilmente a Rimini mi sono divertita un casino e ho incontrato moltissime persone simpatiche e tanti pasticcieri che volevo d'impulso sposare (e sono contraria al matrimonio per innumerevoli motivi). Mica perché erano belli ma perché erano superbi nel presentare piccoli capolavori di manifattura. Ecco quel tipo di artigianato lì lo trovo sublime. Penso a quanta fatica faccia il pasticciere a produrre un capolavoro e in quanto poco tempo tale fatica scompaia smembrata dalla voracità umana. Uno poi dovrebbe parlare della caducità del pensiero, della frammentarietà dell'esistenza, dell'impermanenza cellulare, dell'incosistenza del sistema, della vaghezza delle opere, dell'incostanza degli affetti, del depauperamento della vita, della casualità del destino:
ma che cazzo dovrebbe dire un pasticciere?

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aprile 18, 2006

2006. Shang Hai. Zupponi.



Il Bund è il quartiere di Shang Hai costruito dagli europei, in pieno colonialismo. Perché Shang Hai era (è) la città della Cina dove si facevano (fanno) affari. Affari veri. Mica quelli finti. Giravano (girano) soldi. Da sempre. Da quando Shang Hai (Sopra il mare) è nata. Delle antiche vestigia cinesi, Shang Hai non possiede nulla. Zero totale. Ma in Cina è così. Ogni nuova dinastia distrugge le memorie di quella precedente. A volte veniva fatto anche con i libri. Ma la classe dei mandarini, classe potente e struttura dello Stato cinese ha una sua identità e pertanto molti scritti antichi hanno attraversato i secoli. I mandarini hanno sempre comandato e la Cina era ed è un paese burocratico. Perché era ed è uno Stato. La Cina è grande certo, ingloba un'immensità di etnie e dialetti. Ma quello che unisce tutti i cinesi è il senso dello Stato e la scrittura. E vanno sempre assieme. Con l'avvento della dinastia di Mao i mandarini si sono trasformati e sono adesso l'apparato del partito di Stato, che promette a tutti i cinesi l'uguaglianza. Non ancora la democrazia, ma di sicuro il self made man (qualcuno bizzarramente definisce la Cina uno stato comunista! forse ancora non l'hanno capito che in Oriente il comunismo è sempre esistito perché l'io greco non ha mai attecchito e in Oriente comanda il gruppo e non l'individuo, e nel contempo il senso del denaro lo si è intuito molto prima che Marx scrivesse das Kapital)
Ma per tornare a Shang Hai il Bund è bello, com'è bella Vienna o Berlino. L'impronta è quella e l'effetto è di totale estraniamento, potrebbe essere un qualsiasi posto in Occidente con un minimo di Storia. Poi giri l'angolo e trovi l'altra Shang Hai. Un basso napoletano, i panni stesi, la zozzura, la monnezza, i volti saggi e ironici, la risata, la tristezza, la povertà, che non è quella da fame vera. Perchè mangiano tutti, sempre e a qualsiasi ora, il cibo è cosa seria e di ristoranti Shang Hai è strapiena. Si mangia con poco. Con molto si mangia benissimo. Ecco: la differenza tra un cibo di strada e un cibo di ristorante sta nel piatto pulito, nella tovaglia, e nella qualità. Paghi tanto e hai molto. Paghi poco e ti si dà un pratico zuppone. Non eccellente, ma buono, la differenza sta nella quantità di glutammato di sodio che ci sbattono dentro. I miei amici David e Joi mi hanno portato da Uncle of Shang Hai (lo zio di Shang Hai un ristorante che è una specie di istituzione e che sta sotto l'hotel Westin). Ho mangiato l'anatra ripiena di riso, anacardi, trito d'anatra, funghi e salsa di soia. Una roba da sballo. Buonissssssssima!!
Ho bevuto tè ottimi e ho girato per mercatini pieni di magliette con l'immagine del Grande Timoniere. Interi quartieri rasi al suolo e gru, tantissime che stanno ricostruendo palazzi e palazzi...non ho ben capito con che architettura. Devo dire che ho visto più edilizia brutta che bella. E i pochi edifici belli sono firmati dai famosi architetti occidentali, e se in due anni non si finisce lo stabile, lo Stato sequestra tutto, quindi si lavora anche di notte... E insomma non so se a Shang Hai potrei viverci. Ma starci per un po' sì. Perchè è interessante. Molto. I cinesi non troppo. Ma forse è solo per un mio handicap linguistico. Mi sono comunque strafocata di zupponi. Ne ho mangiati tantissimi e ho mangiato anche un sacco di ravioli di tutti i generi.
Adesso mi piacerebbe sapere da chi è stata presa 'sta storia dei bambini bolliti. Comunque è vera a metà. Esiste in effetti la zuppa di feto. Già morto (nel senso abortito a 6/7 mesi). E porta un'immane fortuna mangiarla. Ma lo poteva fare solo l'imperatore. O chi per esso. O le donne non feconde. Qualcuno dovrebbe tradurre bene gli ideogrammi e poi aprire la bocca e dire cattiverie su un popolo come quello cinese. Stiamo un po' attenti. Che sono in tanti. Ma proprio tanti. Per dire.

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aprile 13, 2006

2006. Hong Kong. Dim Sum.


Hong Kong è piccola e contiene 8 milioni di abitanti, buttati in sù perché spazio proprio non ce n'è. Si conoscono più o meno tutti quanti, almeno tutti gli italiani che stanno a Hong Kong si conoscono perchè lo senti: non è che sia una vera megalopoli ma solo un grande villaggio. Da andarci a vivere. C'è tutto e tutti parlano inglese, appare una città frenetica, ma nel contempo tranquilla, si vive bene e si sta bene. Poi non ho bene capito come ma la sindrome del colonialista tutti i bianchi in Oriente la prendono e ne soffrono assai. Credo che si tratti di una questione semplicemente razziale. Dopo una settimana sentivo sempre dirmi: guarda, hai a che fare con i cinesi, tra il condiscendente e il saputo. E' vero. Ce ne sono così tanti che dopo un po' ti senti minoranza e ti senti accerchiato, ma è anche vero che rispetto a Shanghai ce ne sono molti meno e che Hong Kong è un crogiolo di razze e di moltidudini non indifferente e ha un allure di internazionalità che a due ore di volo da lì non si trova per niente. I miei amichetti cuochi mi hanno portato a mangiare cinese (mica quello che si mangia qui! quello che si mangia a Hong Kong è diverso! sul serio). La domenica si va tutti a mangiare dim sum, vale a dire un insieme di piatti assolutamente popolari che fanno parte della cucina cantonese: zampe di gallina, trippa, involtini e tanti tanti ravioli di ogni genere e specie. E soprattutto il pane ripieno o di verdure o di carne (buonissimo pure quello). Ho avuto difficoltà a mangiare la zampa di gallina. Non so dire il perché. Mi sembrava una zampetta di gallina troppo giovane. Ma il resto assicuro che era di una bontà clamorosa. Da andare a Hong Kong solo la domenica a fare il brunch. Basta con 'ste uova e prosciutto! che diamine! il dim sum è molto più buono e più variegato. Ho mangiato bene ovunque e a volte ho mangiato divinamente bene. Posti piccoli, sporchi, posti meravigliosi e pubblicati su ogni giornale di design. A Hong Kong c'è tutto e ce n'è per ogni tasca. Se ci andrei a vivere? sì. Mica per sempre. Ma per due o tre anni sì. E' come stare a Londra. Ci si ambienta subito. Non ci stai troppo a pensare e Hong Kong ti entra dentro come un sogno variegato e umido. Ah sì. Piove un sacco. E' umida. Troppo. Ma dopo un po' non ci fai molto caso. Ti sbatti dentro a un ristorantino di dim sum e mangi, mangi, mangi, mangi....

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marzo 01, 2006

1965. Zurigo-Napoli. Il cestino.


Arrivavano le vacanze di Natale. E mi venivano tutti a prendere e si partiva dalla stazione di Zurigo per andare giù. A casa della nonna Teresa. La stazione di Zurigo era tutta pulita, grande e rumorosa, e il treno su cui salivamo era di solito preso d'assalto da una fiumana di italiani che rientrava, pieni di regali da portare ai figli, alle madri, alle mogli, alle famiglie, accasa. Un assalto che finiva sempre per mettere d'accordo tutti. Erano abbracci e sorrisi e c'era un'immane allegra gentilezza perché si tornava accasa, laggiù, una terra soleggiata, lontana e disgraziata. Si saliva sul treno e iniziava il viaggio ed era LUNGHISSIMO: un'eternità di viaggio. Durava un giorno o due giorni. Si ci accomodava nello scomodissimo scompartimento come se fosse il salotto di una casa e si tentava di mettersi comodi con alcune valigie in mezzo a mo' di tavolino. Si faceva amicizia con gli estranei e noi pochissimi bambini correvamo lungo il corridoio oppure stavamo attaccati alla finestra che era uno spettacolo lentolento quello che scorreva dinanzi agli occhi. La zia Giuseppina e zio Mimì parlottavano del rientro che bisognava portare la sopressa, il pane e l'olio e già stavano organizzando tutto per tutti. Mia madre trovava sempre posto nello scompartimento mentre gli uomini in genere stavano seduti nei corridoi a fumare e parlottare. Tutti tiravano fuori dalle valigie i pranzi, ma mio padre no. Lui era diverso. Lui era un vero nordico. Detestava portarsi dietro il cibo. Mio padre 'sta storia di portarsi il panino lo schifava. Immagino fosse l'unico di tutto il treno a comprarsi il cestino da viaggio. Lui scendeva alla stazione di Milano per andare a comprarlo con grande disapprovazione della zia Giuseppina e di zio Mimì che era uno chef vero. Di fondo mia madre da vera parvenue il cestino l'approvava. Pertanto io ero l'unica bambina di tutto il treno che aveva sulle sue gambe il cestino da viaggio. La famiglia intera ci guardava con somma aria di nauseata disapprovazione, e non erano gli unici, gli altri lo stesso. Ma a me il cestino piaceva assai. Assai. Sul serio. E mangiavo tutta contenta e fiera mentre gli altri bambini mi guardavano tra l'invidia e la soggezione. Pensavano contenesse svariate schifezze ma in verità c'era un'enorme fettona di lasagna grondante olio burro e besciamella con pochissimo sugo. Il commento orripilato di zio Mimì era -ndo' sta o ragù?!- mentre zia Giuseppina scuoteva la testa-povera creatura che ti fanno mangiare! e papà invariabilmente affermava -xe bon!. Il cestino da viaggio conteneva anche una frutta e un pezzo di formaggio e un panino molliccio. Forchettina e tovagliolo. Chicchissimo.
E si passava il tempo a giocare carte, a fare la maglia, a raccontare tutta la storia di un'esistenza tra padroni cattivi, orribili, sfruttatori, paghe così così oppure buone, comunque ottime rispetto alla miseria e di case che si dovevano costruire e di fatiche immani e di sacrifici straziati famigliari. Di lontananza e nostalgia della propria terra che lentalenta s'avvicinava. E pure io me ne accorgevo dal paesaggio che lentolento cambiava, dalle montagne, alle colline e le pianure e poi la costa e i cipressi e le rocce. I colori del verde intenso dei pascoli svizzeri si trasformavano all'azzurro abbagliante del sud, all'argento degli olivi della Toscana e al verdemare dell'agave a strapiombo sul mare scintillante. Si scendeva a Napoli e d'un tratto tutto era violento, intenso, urlato e pieno di colori e odori, puzze e profumi che solo lì c'erano che erano gli odori, le puzze e i profumi della nonna Teresa che vestita di nero ci aspettava impaziente e c'accoglieva tra abbracci, lacrime, baci e sorrisi. E il cestino io me lo portavo sempre appresso finché non si arrivava a casa di nonna. Che il cestino nessuno riusciva a buttarmelo via, nonostante le insistenze di tutti incluse quelle di papà. Che il cestino a me piaceva assai. Assai. Strana 'sta cosa.

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dicembre 03, 2005

2006. Roma. Puntarelle.


Scusate il black out ma sono andata a Roma dopo tanto. 8 anni credo. Poi faccio i conti meglio e no sono molti di più. Il tempo passa che a confronto il pendolino va piano e di fatti rispetto allo Shinkansen va pianissimo ed è subito sera meglio dire morte. Nel senso che già mi vedo canuta e a Roma ci devo tornare più spesso. Perché è la città più bella del mondo. E non è un modo di dire. Mentre rientravo in albergo la sera tardi (l'una) mi sono trovata per caso davanti alla Fontana di Trevi. Giuro per caso. Mi sono guardata attorno e l'ho rivista: lei Anitona. Non c'era quasi nessuno e gridava "Marcello vieni" e vuoi che Marcello se ne stia fermo come un coglione? ovvio che si butta pure lui. In effetti la Fontana e la sua vasca sono piccole. Un luogo intimo. Farci il bagno in due è perfetto. Una vasca per due.
Sono andata a mangiare in posti BUONI. Dicono di Anthony Genovese che è bravo. Il suo ristorante "Il pagliaccio" in via dei Banchi Vecchi 129/a (tel. 06.68809595) è un ottimo ristorante con dei prezzi ridicoli rispetto a quelli di Milano. A Milano per mangiare come si mangia da Anthony si spende il doppio e si mangia da culo. Anthony è Bravo e Marion la pasticcera è Sublime. Aggiungo che è sottovalutato. Aggiungo che io ci sono stata da Cracco3stelle. Bho. Forse potremmo aprire un discorso sulle emulsioni e sulle sifonate e sui gusti e sulle stelle. Ho l'impressione che ci stiamo facendo grandi menate e pippe. Se metto 10 brave cuoche/cuochi senza limiti di budget e di soldi e di banche e di e di...credo che da tutti uscirebbero belle idee. L'importanza è soprattutto saper scrivere bene i menù. L'importanza è capire la provenienza dei prodotti. La vera conoscenza sta per me nella sperimentazione e identificazione. Io sperimento e alla fine arrivo a creare un prodotto che avvolge tutta la lingua nelle varie parti sensoriali delle papille gustative (CHIMICA ragazzi CHIMICA). Poi ricerco prodotti di varie regioni d'Italia e li accosto e li identifico nella memoria storica della regionalità (che tutti gli italiani nel bene e male hanno)
Ringrazio per la bella e simpatica tavolata Frattaglia e Cavoletto, le ringrazio perché c'è sempre da imparare e io in questo periodo mi sono intrippata nelle mitiche puntarelle. Ebbene Frattaglia mi ha fatto una bella ed esclusiva lezione sulla puntarella che potete trovare
qui. Devo imparare a farle. Le adoro. Le ho mangiate. Da nordica con verdure anacquate dico che le puntarelle che ho mangiato erano buone. Non strepitose certo. Ma comunque BUONE. Adoro i carciofi fritti alla giudia. L'abbacchio e il maritozzo e milioni di altri piatti che solo a Roma si trovano. Un po' dicono si è sprovincializzata (ma è mai stata provincia Roma?). Capisco come sia diventata la città del cinema (il Cinema vero, mica Hollywood). E capisco pure Rome caput mundi del nostro Occidente, nell'immaginario collettivo ha fatto la Storia e pure studiando il latino intuisci che i romani avevano già scritto tutto perché avevano capito tutto. Roma con la sua luce, i suoi pini, le sue antiche pietre, le fontane e le chiese... poi torni indietro e ti sembra tutto tristarello. E le puntarelle a Milano col cazzo che le trovi BUONE.

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novembre 28, 2005

1984. Moscow. Blinis.



1984. Di rientro da Tokyo a inizio dicembre facciamo scalo a Moscow. CCCP. Sull'aereo dell'Aereoflot mentre io e la mia amichetta X bevevamo vodka per dimenticare (io per la disperazione di aver lasciare il Giappone, lei per il terrore di volare) la mia amichetta X che parla spagnolo benissimo, sente questa banda di modellame che strilla cabrones alle hostess e inizia a chiaccherare con una e scopre che era un'amica di una sua amica e il mondo è veramente piccolo e si fa amicizia e la banda di modelle passa il tempo a ridere, ridere e ridere. Atterriamo a Moscow. A Tokyo facevano 20 gradi. Temperatura gentile. Si stava bene. Tutte sgargiule usciamo dall'aereo. Una cella frigorifera! nevica ed è tutto bianco, veniamo circondate da una banda di orsi polari e congeliamo di brutto. Le modelle continuano a ridere, ridere, ridere. Ci mettiamo in fila diligentissime che ci sta un esercito armato fino ai denti mentre noi i denti li battiamo sul serio. Dobbiamo stare una notte a Moscow. Ma prima c'è il controllo del passaporto. In fila dentro nell'aereoporto ghiacciato con le stalattiti ci rimaniamo per cinque ore. I sovietici controllano minuziosamente tutto. Aprono le nostre borse e sparpagliano il contenuto toccandolo come se fosse uranio arricchito. Le modelle continuano a ridere, ridere, ridere. Controllano il passaporto, guardano la foto e scuotono la testa. ("No guarda sono io, sì quella lì sono io. Non sono venuta bene ma sono io sul serio") Facciamo un salto nel duty-free e negli scaffali c'è solo vodka e caviale. Compriamo cosa? vodka e caviale. Due bocce e due scatole. Intanto le modelle iniziano ad amoreggiare con i militari e ridono e scherzano e fumano sigarette e le spengono e ne accendono ancora...cinque ore a fare le sceme con i militari (di leva, tutti giovani, russi, carini, stranucci tutti quanti) sempre bellebelle ridenti (cominciano un po' a starmi sul cazzo: ridono sempre) e alla fine ghiacciate ci dirigiamo in albergo. L'hotel si erge grande e terribile in mezzo al nulla, tutto bianco, tutto gelido. Shining. Fuori ci sono sentinelle con i kalashnikov. Pattugliano l'albergo, ma alcuni militari hanno accompagnato le modelle e parlottano con i loro commilitoni e bisbigliano: queste la danno e sono anche fighe. Il fascino della straniera vale pure in CCCP. Entriamo nell'ascensore e si può schiacciare solo due pulsanti che vanno solo su due piani. Ad ogni piano si esce e ci si trova davanti un'enorme ostessa/orchessa. Brutta e kattiva. Ci separiamo dalle modelle ridenti dandoci appuntamento nella sala del ristorante.
Io e la mia amichetta X entriamo in stanza e ci prende di botto un attacco d'ansia e depressione e per tirarci su apriamo la vodka e ne beviamo un tot. La stanza più la guardiamo e più ci prende male. Scendiamo. Nella sala ci sediamo e chiediamo da mangiare, dopo due ore e un quarto arriva il cibo. Ci stavamo sbranando a vicenda dalla fame. Anzi noi e la banda di modellame finiamo tutta la vodka. Le modelle continuano a ridere, ridere, ridere e fare bordello. L'unico cameriere (belloccio tra l'altro) in sala ci serve un piatto con sopra: una specie di insalata russa (ma loro l'hanno chiamata insalata francese: da lì è partita una lunghissima discussione con il cameriere, testardi sti russi) un po' di caviale, panna acida e una sottospecie di frittellina. Chiediamo cos'è. Il cameriere belloccio dice: blinis. Mai visto. 1984. In Italia non c'erano ristoranti russi. Mangiamo caviale, panna acida e blinis. UNA BONTA' CLAMOROSA. Chiamiamo il cameriere belloccio e trattiamo per una cesta di blinis con carrettata di caviale accompagnata da panna acida. Lui ci guarda e dice NIET. La modellanza fa di ogni perché lui ceda. Alcune escono e chiamano le sentinelle e entrano alcuni militari con il kalashikov spianato e parte un casino infinito. Io imperterrita continuo a mangiare fottendo tutti i blinis delle altre che stanno trattando per ottenere blinis a gogò, mi otturo di caviale, blinis e panna acida. Mollo l'insalata russa che seriamente faceva vomito. Dopo previa enorme estorsione di tutto il nostro denaro il cameriere belloccio ci porta blinis e caviale e vodka e finisce che la modellanza balla sui tavoli e canta a squarciagola "guantanamera" con i militi sovietici che battono le mani a tempo e pure loro si lanciano nelle danze.
Io leggermete stordita conosco un tipo smarrito che ci guarda con gli occhi lucidi e scopro che è lì da numero due settimane. Aspettava la coincidenza per andare a Nairobi. Non aveva il visto e non lo lasciavano uscire e soprattutto non lo lasciavano telefonare. Mi prende malissimo e informo tutte della cosa. Le modelle smettono di botto di ballare e di ridere. Lo trasportiamo con noi. Ci fa conoscere milioni di sfigati chiusi nell'albergo. Lì da un mese, da un giorno, da due settimane...ci prende una paranoia violenta. Ma tra tutti gli sfigati una modella conosce due giovani romani di ritorno dalla Giamaica. Avevano un chilo di maria giamaicana. Le modelle riprendono a ridere, ridere, ridere...
Sinteticamente: la mattina dopo le modelle non ridevano più. Per niente. La mia amichetta X voleva un caffè. Il cameriere belloccio l'ha guardata come se fosse un insetto sconosciuto. Io rivolevo il blinis. Il cameriere belloccio me l'ha portato accompagnata dalla migliore marmellata amara di amarene russe mai assaggiata e la panna acida. Una poesia. In aereo sono stata male. La mia amichetta X pure. Ma anche le modelle. Dicevano che era stata la maria. Secondo me no. E' stata la panna acida. Sicuro.
(foto: Vladimir Illic da piccolo)

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novembre 23, 2005

1984. Tokyo. Wasabi.


Sono arrivata stravolta dopo 15 ore di volo sull'Aereoflot, la compagnia sovietica. L'unica compagnia aerea civile al mondo armata. Avevano incorporati un paio di missili. Scalo a Mosca quando c'era ancora l'URSS. Le hostess erano grassissime, brutte e cattive. Chiedevi l'acqua e ti dicevano NIET. Chiedevi il bagno e ti mandavano nella cabina con i comandanti a fare la piscia. Mi sono depressa e non ho chiesto più niente. Ah sì: ho chiesto la vodka e quella me l'hanno data. A litri. Quando sono scesa non capivo più un cazzo, non sapevo cosa fare e mi stavo perdendo nell'aereoporto di Narita che è immenso. Kika la mia amica mi ha preso per mano e mi ha trascinato nei vari metrò per altre tre ore e siamo arrivate a casa di quello che ci avrebbe ospitate. Un prete. In Giappone. Come dire un pinguino nel Sahara che non c'ha il mare dove pescare. L'appartamento era grande come il più piccolo monolocale italiano. Come dire il nano più alto del mondo (Berlusconi? Maradona? possiamo aprire un listone)
Era sera e avevamo fame. C'erano kanji (ideogrammi) illuminati ovunque e non capivamo niente, ma una cosa non manca in Giappone: i ristoranti. Fuori hanno un'ampia esposizione di piatti finti, che sembrano veri e con il prezzo. Bastava capire i numeri sempre ideogrammati. Caso mai uno avesse fame: entra, sceglie e mangia. A qualsiasi ora. 24 ore su 24. Hai fame? No problem.
Comunque il prete ci ha portato dentro un minuscolo posto dove servivano la soba. I loro spaghetti. Era estate e la soba diventa zarusoba, soba fredda servita su uno stuoino con una salsa detta tsuyu in una ciotola a parte accompagnata dall'erba cipollina tagliata fina, il wasabi e lo zenzero grattugiato. Tutto in ciotoline bellissime. Non avevano ovvio le forchette e ci siamo messe sotto con i bastoncini. 1984. Non c'erano ristoranti giappo in Italia. Il wasabi non sapevo cos'era. Ha un colore magnifico di verde felce. Invitante. Non ho chiesto cosa fosse. Me lo sono messo tutto in bocca. E sono morta. Lì sul posto. Mi ha aperto tutta la faringe, i polmoni sono andati in fiamme, la testa improvvisamente era come se fosse entrata in una ghiacciaia, il setto nasale è andato in tilt e ho iniziato a lacrimare. Ho pianto. Tantissimo.
Per dire: Tokyo è come il wasabi. La devi prendere a piccole dosi. Altrimenti vai in tilt. E' enorme. Piena di treni. Di giardini zen grandi come un fazzolettino che contiene confettini. Di case minuscole a due piani e l'odore di cibo che ti perseguita. Ovunque. Che non riconosci. Perché è l'odore della soia, dell'olio di soia e del tofu e del daigon.
Tokyo è troppo luminosa. E' troppo umida in estate. Ha piccoli angoli con i templi e i cimiteri ognidove. E passi le ore in metropolitana. Ore. Perché Tokyo è grande come la Lombardia. E vai in giro che sei l'unico bianco per giorni e giorni. Il Giappone non ha idea del melting pot. Non sa cos'è. Un paese chiuso. Tokyo ha un sacco di centri e non ha un cuore. Ne ha troppi e non sai mai a che ritmo batte. E sono tutti importanti.
Il prete so che si è sposato. Aveva trovato un'altra pinguina nel suo deserto.

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novembre 21, 2005

1983. Londra. Spaghetti House.



1983. Londra. Ci sono arrivata che avevo 23 anni, stavo bella stordita ed era il primo vero viaggio fatto da sola. Ci sono andata in autobus. Partenza:Piazza Castello, Milano. Un viaggio allucinante, lunghissimo: due giorni. Ho passato tutto il tempo sdraiata sugli ultimi sedili in fondo alla corriera guardando i paesaggi cambiare (colline, pianure, tetti francesi spioventi e neri) fino ad arrivare a Calais e laggiù si intravedevano le bianche scogliere inglesi a picco sul mare. Sono scesa dall'autobus e per poco non baciavo il traghetto. A Dover tutta felice mi sono comprata un cartoccio di fish&chips unto e bisunto e me lo sono divorato. Sono stata malissimo per le tre ore seguenti.
Londra era brutta, piena di punk, nera, sporca e povera. Una delizia. Adesso è bianca, pulita e opulenta. Un orrore.
Il metrò londinese: una roba da farti avere l'attacco di claustro in un nanosecondo. La metropoli: grande, tutto grande, ma con le case piccole e i giardini pure piccoli, gli autobus rossi e le cabine rosse.
Poi cerco casa e trovo una camera ad Highgate, accanto a un cimitero bellissimo, verdissimo e pieno di sterpaglie e di statue rotte. Un set da cimitero di cinema horror. Poi scopro che ci hanno seppellito Karl Marx.
Finisco tramite i soliti maneggi di amici di amici a lavorare per in uno strano locale Vecchia Milano. Ristorante che ai tempi apparteneva alla catena della Spaghetti House, un'istituzione a Londra negli anni '70 e '80. Mi mettono a fare la cassiera. Cazzo. Non ci capivo NIENTE di sterline e per una settimana ho fatto dei casini. Inenarrabili. Ma succede che uno sous chef una sera sta male e non viene e non si fa sentire e non si fa vivo. Non si farà più vivo. Il manager del posto furibondo vuole bruciare il locale, la cucina e tutti noi. Come se non bastasse la stessa sera quello che faceva tutta la linea del freddo, Gianni un vero tesoro di uomo, arriva fatto di ero (appena fatto giuro, l'occhio ceruleo con la pupilla a spillo) che non ce la fa neanche a stare in piedi e parte un'altra sclerata del manager. Nell'ansia di calmare le acque dico tranquilla (e poco furba): vado io in cucina.
Urla: tu non sai tenere una pentola in mano.
Lo guardo: ecco una cosa così a me che cucino dall'età di 8 anni non la dici e rispondo sicura (e poco furba): so cucinare.
Urla: facci vedere (e via di bestemmioni)
Insomma mi sono messa lì e ho fatto del mio meglio per non andare in merda. E quella sera non ci sono andata perché c'erano pochi clienti e poi ho preso il posto dello sous chef ai primi (ce n'erano 10 in carta. Uno svaccava a farsi tutta la linea e se non aveva la mano andava in merda dopo tre comande). Il giorno dopo che era sabato in merda ci sono andata, il locale era strapieno e tutti volevano mangiare la pasta. Per fortuna che Gianni mi aveva fatto fumare un cannone, altrimenti sarei andata in sala e avrei fatto io una bella sclerata alle teste di cazzo che aspettavano impazienti i miei primi. Cazzo. M'ero messa la cassetta dei Clash a tutto volume con la brigata che si schiattava dalle risate a vedermi impazzire dietro tutti i primi. Hanno cominciato a fare scommesse se fossi crollata oppure avrei tenuto il ritmo dei Clash. La brigata era di soli maschi che non si capacitava di avere acquisito una punk pazza scatenata. A fine serata mi hanno applaudito e io ho tirato un bestemmione e li ho mandati tutti a cagare. Gianni era un santo e si faceva tutti i venerdì, i sabati e le domeniche. Veniva sempre fatto di qualcosa (un giorno l'oppio, il giorno dopo la pasticca, Gianni si faceva una qualsiasi, l'importante per lui era non rimanere MAI lucido). Gianni io lo adoravo. Era bello, alto, magro, stranito e silenzioso. Un giorno è arrivato con un'abrasione di una corda che gli tagliava la gola. Un'echimosi non proprio bella da vedere. Gli ho dato il mio fazzoletto per coprirsi il collo. E poi un dì non si è fatto più vedere. L'ho chiamato a casa. Per giorni. Nessuno mai mi ha saputo dire che fine avesse fatto.

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