ottobre 10, 2006

2005. Seul. Kimchi.




Mi mandano da Tokyo a Seul perché è scaduto il visto. Da quando sono cadute le Torri i governi hanno deciso che le frontiere devono essere chiuse, perciò si chiudono non rinnovando i visti e sbattendo fuori le persone che stanno lavorando, studiando e vivendo. Visto scaduto, quindi viaggio fuori dalle frontiere giapponesi. Meta più vicino: Seul.
Sono felice di andare a Seul perchè da quando sono a Tokyo seguo sempre "Dae Jang Geum", una soap storica ambientata nella Corea del XV sec. che narra le gesta di una cuoca di corte (la cucina di corte aveva una scuola statale a numero chiuso, si studiava cucina e medicina assieme). E' una storia dove ci sono buoni e cattivi e tantissime kattivissime invidiose, ma soprattutto milioni di informazioni sull'antica cucina di corte. L'ultima cuoca di corte si chiamava Han Hee-sun, della dinastia Choson. La telenovela è famosa in tutto l'Oriente, milioni di casalinghe seguono le avventure della buona, onesta e bella nonchè intelligente Gianghiu (Jang Geum si pronuncia appunto Gianghiu). Milioni di lacrime versate per la sfortunata Gianghiu, che ha un accumulo di sfighe che neanche Candycandy. Ma ormai ho capito sta cosa: gli orientali adorano piangere.
Arrivo di sera in questo aereoporto enorme, un po' sciatto, non lucente, un sacco di luce livida con le superfici che non la riflettevano. Intuisco che la Corea rientra in quei paesi che io definisco: 'voglio ma non posso'. Mille piccole cose che fanno la differenza tra il vero ricco e il quasi ricco e una di questa è la luce dell'aereoporto. La stessa luce la trovi a Mosca, a Mombay, a Pechino. L'aereoporto ha un'odore tra cavolo cinese, aglio e un'altro irriconoscibile un po' stantio ma che scoprirò nei giorni seguenti essere l'odore tipico di Seul. Per arrivare in città bisogna prendere l'autobus o la metropolitana. Opto per l'autobus così mi dico vedo la città.
Scelta sbagliatissima. Entro in un delirio di traffico che Milano all'ora di punta in tangenziale pare una gara di Valentino Rossi che sta rimontando. Seul è enorme, e il traffico somiglia paradossalmente a quello di Napoli, il rosso del semaforo è una lucetta dell'albero di Natale, s'accende e si spegne a intermittenza senza un particolare significato. Dopo tre ore arrivo in albergo definito deluxe e mi chiedo perplessa dov'è il lusso. Mi viene il magone che ero abituata alla pulizia giapponese. Non faccio però a tempo a deprimermi perché ho appuntamento con lo chef dell'Holiday Inn: Maurizio. Emigrato 10 anni fa, ha sposato una coreana e vive bene e sta bene. Una bella persona, è disponibilissimo a farmi da guida e spiega.
Mi dice che la nostalgia di casa ce l'ha sul cibo, ma siccome fa cucina italiana e insegna a cucinare italiano riesce a superare i brutti momenti.
Mi fa scoprire il dietro dell'albergo dove sembra di entrare in un film anni '50 nei bassi napoletani, manca Totò e poi è uguale. Mercati buttati sulla strada, un casino, un'atmosfera meravigliosa, tra lo sgarrupato e il devastato, sembra di stare a Forcelle.
Tra il vento freddo e lo smog, girando per i magazzini e osservando i vestiti tradizionali, assolutamente superbi, semplici ed elegantissimi, comprendo che in realtà la Corea sta vivendo una crisi economica non indifferente. Comprendo inoltre che i coreani non sono per nulla gentili. Gente aspra, cattiva, aggressiva e poco accogliente. Sembra quasi che se la tirino. Eppure dietro la scortesia noto una mancanza di ipocrisia e una chiarezza che venendo dal Giappone apprezzo molto.
Maurizio mi porta in giro per la città e mi dice cosa devo andare a vedere sottolineando che non c'è niente di veramente antico. Tutto ricostruito. Perché quando sono arrivati i giapponesi nella loro grande espansione asiatica degli anni '30 hanno distrutto tutto (la differenza tra nazisti e nipponici sta nel fatto che i nazisti rubavano quello che c'era nei musei degli altri. I giapponesi no. Bruciavano tutto. Tutto brutto dicevano.) E poi finiamo in questo ristorante bellissimo dentro a una villa vicino al Palazzo imperiale. Le signore che servono sono vestite come Gianghiu e io mi emoziono. Perché bisogna aggiungere che i coreani sono i belli dell'Oriente e le donne in effetti sono belle sul serio. Il menù è ben scritto e scopro che tutto ha quel strano sapore, odore e colore sentito all'aereoporto e finalmente Maurizio mi spiega cos'è. E' il kimchi: il cavolo cinese messo in salomoia con peperoncino e aglio. Una violenza gustativa. Ma è buono. Un gusto contadino. Manca solo l'olio d'oliva, ci fosse si potrebbe dire di stare in Calabria. Tutte le donne coreane lo fanno in casa. Ogni famiglia ha la sua ricetta. Insomma il kimchi è come il sottolio da noi.
E' buono la prima volta. Anche la seconda. Poi siccome lo mettono ovunque, diventa nauseabondo. E se osi chiedere un piatto senza kimchi ti osservano come tu fossi un povero demente senza lingua.
Tre giorni con il kimchi. La mattina mi svegliavo e sentivo odore di kimchi, la sera mi addormentavo con l'odore di kimchi. M'era presa una fissa da paranoica. Il terzo giorno prima di partire girovagando, ho visto la salvezza d'Occidente nominata Starbucks. Mi sono fiondata lì e mi sono divorata muffins, cheese-cake e tre bicchieroni di caffè. La coreana alla cassa mi ha offerto una confezione di kimchi
da mettere non so dove. Me l'ha offerta e sorrideva gentile, l'unica gentile trovata l'ultimo giorno di Corea, e io sorridente in risposta ho scosso la testa, ma lei sorrideva e me l'ha messa sul vassoio e allora l'ho presa e adesso è dentro allo scomparto del mio frigo. Non ho il coraggio di aprirla. Ho paura. Un moderno terrore. Altro che fungone nucleare. Per dire.
(a sinistra Gianghiu, a destra l'ultima cuoca di corte Han Hee-sun)

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13 Comments:

Anonymous Anonimo said...

(OT. Ci sono finalmente le ricette acciugose per lei, sciura ;-*)

10:55 AM  
Anonymous Anonimo said...

il kimchi! il kimchi!
il l'ho mangiato a Tokyo, pensa te, comprato dal mio ospite nippon al mercato rionale

quando è intero non è spaventoso a vedersi? sembra un polipo insanguinato

1:06 PM  
Blogger lapiccolacuoca said...

@ Placida signora, graziegrazie
@kushino: Sìsì è vero! polipossissimo e insanguinatissimo, un'immagine horror non da ridere!, ma l'odore è di quelli che ti violenta la mente, il sapore per niente, a me piace devo dire,e anche ai giappo piace un sacco...però con moderazione, mica da mettere anche nel caffè ekkekaz! la mattina quando uscivo dall'albergo cercavo un posto per fare colazione e questi mi volevano vendere lo zuppone con il kimchi, volevo il cappuccino e la briokes io...una tregiorni indimenticabili davvero

4:11 PM  
Anonymous Anonimo said...

Molto interessante questo post, davvero.
Non capisco quando dici
"una di questa è la luce dell' aereoporto. La stessa luce la trovi a Mosca, a Mombay, a Pechino"
Cosa intendi dire?
Te lo chiedo perché sono stata a pechino da poco, ma non ricordo in aeroporto una luce scialba o falsamente ricca. Anzi c'era ostentazione di nuovo.
Grazie e ciao

5:33 PM  
Blogger adelina said...

....io ti seguo sempre e anche stavolta non ho capito bene!!! Non ricominciamo con la storia che mi distraggo e mi mandi dal preside, please....
Ma tu non stai a milano???
:)????!!!
Poi fa piacere constatare che tutti quelli che vanno in visita in capitali di paesi in via di sviluppo si sentono a Napoli....anche io vivendo in questa città mi sento in un paese che sta affrontando una potente crisi economica e la luce di Capodichino somiglia tanto a quella che descrivi tu....!!!
Qui niente Kimchi...solo FRIARIELLI!!!

5:57 PM  
Anonymous Anonimo said...

Ho passato a Seul quasi due mesi e devo dire che ho ricordi eccezionali della gente (così come di quella del Giappone), cordialissima anche nella peggiore frenesia.

Lo stesso non posso dire per Kimchi e affini, e tu mi capirai... da allora non sopporto più l'aglio, vivere in un Paese che odora d'aglio in ogni angolo, e quell'odore te lo attacca inesorabilmente addosso, è stata una mazzata troppo forte per me. Un bacio grande.

7:55 PM  
Blogger lapiccolacuoca said...

@Adelina ma tu davvero non stai attenta! Sì sto a Milano adesso (2006) infatti la data è 2005 (l'anno scorso), poi con la consecutio uno ci gioca oppure bisogna usare sempre il passato remoto? altro giro dal preside!
@giulia, io a Pechino anni fa, quindi adesso magari hanno messo un bel voltaggio alto e splendente e l'hanno rimodernata di brutto,, ma a prescindere dal voltaggio: la pulizia dei cessi? la pulizia delle scale mobili? il design e l'architettura dei cessi? (la rubinetteria tedesca fa subito alta qualità) per esempio l'aereoporto di HK è opulento come quello di Narita ma soprattutto la marea di servizi che offrono...
@Stark io ci sono stata tre giorni e venendo dal Giappne dove sono supercarini e gentilissimi i coreani mi sono sembrati scortesi e non sorridenti per nulla...poi a ben vedere in Corea non c'è molto da sorridere (anche meteorologicamente parlando: mi dicono un freddo siberiano d'inverno) e la cucina abbastanza monotona (a parte quella di corte, ma infatti la soup opera Gianghiu ho l'impressione che parli di Storia a loro lontana e faccia capire le radici culturali che hanno perso per mille invasioni e guerre subite)

2:16 PM  
Blogger adelina said...

OH! che sbadata.....

5:30 PM  
Blogger cat said...

mado'piccolacuoca! e tu ti fidi a tenere un kinchi-polpo-insanguinato nel frigo, non bagnarlo e non dargli da mangiare dopo mezzanotte! Mi piace il tuo sguardo cinematografico: anche questa storia della luce degli aeroporti, due parole e riesci a proiettarci nel paese descritto, e trasmetterci le prime sensazioni (che di solito rimangono immutate anche conoscendo meglio il paese visitato!)...al prossimo film! saluti cat

11:20 PM  
Anonymous Anonimo said...

a mio avviso all'aeroporto di pechino la stonatura sta nelle sputacchiere!!!
per il resto ordine e grande pulizia :-)
ciao e buon week end
giulia

6:31 PM  
Blogger Tacoyaki said...

Piccola dolce Cuoca

Un anno di tormenti in quel di Seoul.
Citta anche divertente nel suo piccolo.
Ancora ricordo l'olezzo mattutino.....
Mi chiedevo sempre cosa fossero quelle ringhiere montate sui balconi dei casermoni.....ebbeni si erano per piazzare i vasi, non di geranio, ma di fermentazione del puzzone.

Sai che c'e` un museo del maledetto a Seoul!!
Il gelo invernale e` l'unico momento di pace olfattiva....immaginati Luglio o Agosto...!!
Se l'Asia e una grande tigre...seoul e senz'altro la parte posteriore meno nobile dell'animale ;-)

De Noo.Kraap.
Ciao Ciao

12:41 PM  
Blogger PP said...

Cavolo no una soap orientale con protagonista una novella Candy Candy non me la sarei mai aspettata, ma davvero i coreani sono così aspri?

10:24 AM  
Blogger PP said...

...Pensavo di averlo scritto, ed invece no... Pardòn per il doppio commento, ma manca il finale, la battuta era:
"ma davvero i coreani sono così aspri? Dì la verità, li hai assaggiati?"
Dannazione, già non faceva ridere prima, figurati adesso!
Ciao.

10:28 AM  

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