novembre 23, 2005

1984. Tokyo. Wasabi.


Sono arrivata stravolta dopo 15 ore di volo sull'Aereoflot, la compagnia sovietica. L'unica compagnia aerea civile al mondo armata. Avevano incorporati un paio di missili. Scalo a Mosca quando c'era ancora l'URSS. Le hostess erano grassissime, brutte e cattive. Chiedevi l'acqua e ti dicevano NIET. Chiedevi il bagno e ti mandavano nella cabina con i comandanti a fare la piscia. Mi sono depressa e non ho chiesto più niente. Ah sì: ho chiesto la vodka e quella me l'hanno data. A litri. Quando sono scesa non capivo più un cazzo, non sapevo cosa fare e mi stavo perdendo nell'aereoporto di Narita che è immenso. Kika la mia amica mi ha preso per mano e mi ha trascinato nei vari metrò per altre tre ore e siamo arrivate a casa di quello che ci avrebbe ospitate. Un prete. In Giappone. Come dire un pinguino nel Sahara che non c'ha il mare dove pescare. L'appartamento era grande come il più piccolo monolocale italiano. Come dire il nano più alto del mondo (Berlusconi? Maradona? possiamo aprire un listone)
Era sera e avevamo fame. C'erano kanji (ideogrammi) illuminati ovunque e non capivamo niente, ma una cosa non manca in Giappone: i ristoranti. Fuori hanno un'ampia esposizione di piatti finti, che sembrano veri e con il prezzo. Bastava capire i numeri sempre ideogrammati. Caso mai uno avesse fame: entra, sceglie e mangia. A qualsiasi ora. 24 ore su 24. Hai fame? No problem.
Comunque il prete ci ha portato dentro un minuscolo posto dove servivano la soba. I loro spaghetti. Era estate e la soba diventa zarusoba, soba fredda servita su uno stuoino con una salsa detta tsuyu in una ciotola a parte accompagnata dall'erba cipollina tagliata fina, il wasabi e lo zenzero grattugiato. Tutto in ciotoline bellissime. Non avevano ovvio le forchette e ci siamo messe sotto con i bastoncini. 1984. Non c'erano ristoranti giappo in Italia. Il wasabi non sapevo cos'era. Ha un colore magnifico di verde felce. Invitante. Non ho chiesto cosa fosse. Me lo sono messo tutto in bocca. E sono morta. Lì sul posto. Mi ha aperto tutta la faringe, i polmoni sono andati in fiamme, la testa improvvisamente era come se fosse entrata in una ghiacciaia, il setto nasale è andato in tilt e ho iniziato a lacrimare. Ho pianto. Tantissimo.
Per dire: Tokyo è come il wasabi. La devi prendere a piccole dosi. Altrimenti vai in tilt. E' enorme. Piena di treni. Di giardini zen grandi come un fazzolettino che contiene confettini. Di case minuscole a due piani e l'odore di cibo che ti perseguita. Ovunque. Che non riconosci. Perché è l'odore della soia, dell'olio di soia e del tofu e del daigon.
Tokyo è troppo luminosa. E' troppo umida in estate. Ha piccoli angoli con i templi e i cimiteri ognidove. E passi le ore in metropolitana. Ore. Perché Tokyo è grande come la Lombardia. E vai in giro che sei l'unico bianco per giorni e giorni. Il Giappone non ha idea del melting pot. Non sa cos'è. Un paese chiuso. Tokyo ha un sacco di centri e non ha un cuore. Ne ha troppi e non sai mai a che ritmo batte. E sono tutti importanti.
Il prete so che si è sposato. Aveva trovato un'altra pinguina nel suo deserto.

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2 Comments:

Blogger sibyllatiteleis said...

Mi domando se dopo ci 6 più tornata - per pura curiosità. A me piace da morire (Tokyo) e dopo una prima volta ci sono tornata, la scorsa estate, cioè era già settembre
Quanto al wasabi, la prima volta (per l'ignaro) è = alla morte; dopo te ne tieni lontana per un bel pezzo. Col tempo magari, ti viene l'uzzolo di rifare un tentativo, minuscolo però, e è tremendo lo stesso, ma con una tendenza, che intuisci, a diventare un piacere, sottile, come un dolore dominato

11:31 PM  
Blogger lapiccolacuoca said...

sì spesso
ma il giapponese l'avevo anche studiato, poi per un po' l'ho lasciato e adesso ogni tanto lo riprendo...Tokyo comunque rimane meravigliosa. Ma difficile e non è da tutti

11:28 PM  

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