dicembre 17, 2010

Il monsone

Continuavano a dire che non pioveva e quant'era strano che non piovesse e il monsone fosse così in ritardo e dov'era finito il monsone. Parevano moltissimo preoccupati. Continuavano a dire che rispetto all'anno scorso a quell'ora un bel ciclone aveva già colpito e devastato la regione. Continuavano a dire che quest'anno non c'era stata pioggia a settembre, e non c'era stata nessuna avvisaglia di monsone a ottobre e dov'era finito il monsone. E poi finalmente è arrivato. Ed è ovvio il monsone più lungo della storia del secolo. Strade e quartieri allagati, fiumi straripati e sono tutti contenti. Bisogna dire che gli indiani hanno un affascinante rapporto con i monsoni. O meglio: tutti i popoli con carenze idriche hanno un rapporto con l'acqua quasi sacrale. La sua mancanza e la conseguente disperante necessità noi occidentali non la capiamo davvero mai sino in fondo, finché non arriviamo in posti dove l'acqua non c'è e la poca che c'è non è potabile. Noi occidentali diamo per scontato che si apra il rubinetto e si beva tranquilli. E dovremmo ringraziare l'impero romano e i suoi acquedotti per averci dato questa distanza materiale, divenuta distanza culturale, di facilità con cui attingiamo alle sorgenti. Fuori dal nostro mondo l'acqua è un bene preziosissimo. E costoso. Qui si vive di bottiglie e di tanichette. Quella che scorre dai rubinetti bisogna sempre farla bollire. Ovunque ci sono avvisi per non sprecare l'acqua e s'acquistano abitudini quotidiane come quella di chiudere il rubinetto mentre ci si lava i denti e farsi la doccia con un secchio da 8 litri. Nessun occidentale che arriva nei paesi del secondo e terzo mondo è preparato a non avere acqua e s'innorridisce e si spaventa per la mancanza d'igiene che ne deriva. Tutto per dire che qui a metà dicembre continua a piovere e fa addirittura freddo: 23 gradi con tasso d'umidita' al 100% e che mi sto mettendo la felpa. Pesante. Non è per niente normale. Lo so: lì nevica. Ma dai, è inverno, mica state vicino ai tropici. Lo ripeto: non è normale.

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novembre 01, 2007

La puzza e il profumo


Le puzze di Chennai stanno ammazzando Madda...o meglio siccome di là non si ha ben chiara la visione della spazzatura, della sporcizia, della monnezza e delle scoazze, invece di qua la si ha appieno, puzza tutto (a parte quando si passa davanti alle bancarelle delle fioraie). Madda continua a rimanere nauseata perché come ben si sa essere incinte ha straordinarie ripercussioni sull'olfatto e sulla vista. Ovvio che la storia della monnezza la sta lentamente acquisendo. Gli spazzini arrivano a mezzogiorno nel caos della vita frenetica moderna, mica fanno il lavoro di notte. Perché mai dovrebbero? Comunque la raccolta differenziata non è come di là a cura del cittadino. Questi arrivano in pieno giorno e fanno la raccolta differenziata in diretta. Nel senso che svuotano i bidoni enormi, buttano tutto a terra e scelgono tra la monnezza quello che è deperibile (l'umido) e quello che non lo è. Il non deperebile lo lasciano per terra e arriverà dopo un altro camion a ritirarlo (dopo con i tempi indiani significa due/tre giorni dopo) e quindi il cumulo di merda giace lì e poi sparisce per poi ricomparire e via dicendo.
Tutto puzza. Nel contempo m'accorgo di quanto siamo viziati, poco tolleranti, igienizzati, paranoici su una sfilza di cose. Manco ce ne rendiamo conto. E' per questo che di qua si vive d'incensi. Mica sono scenosi e stilosi, di qua sono utili e basta.
Poi però entri nelle case di qua e davvero sono pulitissime, lindissime, accoglienti e profumate. L'arredamento è un po' così. Non proprio bello bello per dire. Non hanno il senso del design industriale. I mobili antichi (quelli che piacciono tanto a noi perché fa subito etnico) all'indiano ricco fanno orrore. Li trova brutti, pesanti e decadenti. E' potrei dire tipico di quelli che vogliono darsi arie di modernità. E' quella cosa d'allontanamento dalle proprie radici estetiche. Pertanto per mostrare quanto son moderni s'acquistano l'orrore prodotto di là oppure dalle fabbrichette in mezzo al nulla di qua. Nessun senso del bello vero. Non ancora. Ma ci arriveranno. Poi se vedi quello che hanno costruito nuovo scuoti la testa. Nessuna scuola di architettura degna di nota. L'antico è altra storia. Il moderno ancora non l'hanno compreso, digerito, fatto proprio. Il peggio degli anni 50/60 me li ritrovo qui. Dico il peggio.
Madda se ne va in giro contrattando con l' oto (il triciclo Piaggio, un mito vero, ho deciso che ne voglio assolutamente uno!) e lentamente le sta piacendo. Le piace contrattare. L'antica anima mediterranea che c'abbiamo iscritta nel DNA viene fuori. Vanno via come pazzi e mi rischia l'aborto ogni due secondi, non so com'è ma alla fine ci si abitua, ti metti a urlare slow dawn, e questi rallentano e ti guardi in giro, quasi tranquillamente. Per dire.
Di là=Occidente (n.d.T.)
Di qua= Oriente (n.d.T)

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settembre 23, 2007

Le fioraie di Chennai


Da piccola quando mi chiedevano: "Cosa vuoi fare da grande?" rispondevo "La fioraia".
Ora questa particolare domanda che le persone alte sempre rivolgono alle persone corte* a me pare assai assai demente. Bisogna essere particolarmente idioti per ritenere che un particolare desiderio di una persona corta possa valere per un'intera lunga esistenza. Pare ovvio che quando la persona corta diventa persona alta i desideri d'un tempo vanno scemando per acquisirne altri ben piu' materiali ed evanescenti. Le aspettative di una persona corta sono illimitate e' vero. Ma a breve termine. Sono i tempi lunghi a non essere in sintonia con le persone corte. Va da se' che con l'avanzare degli anni le persone corte s'allungano diventando persone alte. Eppura la persona corta che e' stata non svanisce, anzi, alberga nascosta in un angolo, e bizzarramente a volte ritorna disinvolta sotto i riflettori della memoria della persona alta. Se il ricordo del mio lontano passato scolastico non m'inganna Pascoli parlava del 'fanciullino', del bimbo che vive dentro di noi. Fanciullino che spesso facciamo languire a furia di stenti materiali.
Succede che mentre cammino per le strade di Chennai (continuo infatti imperterrita nelle mie azioni cineticamente peripatetiche) m'imbatta sovente nei recessi di strade trafficate in donne splendidamente coperte da sari colorati d'oro e gialli smaglianti che infilano fiori di profumato gelsomino, oppure piccoli crisantemi gialli per inanellare corone da donare agli dei chiusi nei templi alle loro spalle.
Vicino casa ho scoperto una bancarella con la fioraia piu' minuscola dell'universo. Pare Pollicina. Va da se' che tutti i giorni passandole davanti acquisto una sua corona di gelsomini. La fioraia Pollicina e' minuscola con due enormi gioielli al naso a forma di fiori sgargianti e appartiene a un'era antica e ha un'eta' indefinita. Non e' vecchia bensi' anziana, ha gli occhi sereni e senza tempo. Sta con in piedi nudi appoggiati alle ruote della sua bancarella, sotto il sole battente e se capita una pioggia scrosciante tira fuori un ombrello bucherellato per continuare imperterrita il suo lavoro paziente e aggraziato. Ci sorridiamo sempre, le passo le rupie e allegramente mi offre la coroncina. Ora ci siamo accordate che la pago una volta a settimana. Miei cari letttori a scanso d'equivoci non essendo una socialista anni'80 do i soldi in anticipo che non ho cuore di farmi addebitare il conto.
Ve ne sono ovunque di fioraie sulle strade di Chennai. E son sempre ordinate, i capelli ben pettinati in lunghe trecce inanellate da corone di bianchi gelsomini profumati, il sari piegato a regola d'arte, le mani che si muovono eleganti e svelte nell'infilare i fiori uno dietro l'altro mentre il profumo che di fronte a loro si leva lascia storditi. Le bancarelle sono un piccolo mondo a parte nel caos che ovunque circonda il centro, sono un universo ordinato, pulito e profumato, gentile e femmineo, preciso e accurato. Cosi' mi sono affezionata alla mia fioraia Pollicina che sempre sta vestita di sari verdi, gialli e rosa sgargianti perche' il nero non le si addice. E se dovessero chiedere alla persona corta che tuttora staziona lieve dentro di me "Cosa vuoi fare da grande?", di sicuro tornerebbe alla luce e sussurrebbe ancora "La fioraia".

*si ringrazia Emmebi della fulminante definizione di bambino= persona corta.

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settembre 20, 2007

Welcome to India


Il tempo e il suo senso e' intrinseco in ciascun individuo come percezione sensoriale e come percezione visiva. Vale a dire: il passaggio da una stagione ad un'altra vien percepito, il passaggio da un'era a un'altra un po' meno. Il passare delle ore stessa storia. Dipende a che latitudine si e' nati e cresciuti. L'Oriente rispetto all'Occidente possiede un diverso senso e percezione del tempo. Sul senso del tempo la cultura occidentale e quella orientale si scontrano duramente.
GM al telefono: Ieri ho parlato con il responsabile dice che la cucina sara' pronta domani. Voglio la verita'. Domani e' venerdi'. Quando sara' pronta?
Io bisbigliando malvagia: Anche una settimana fa hanno detto domani. Domani cosa significa per voi? Per me domani e' venerdi'. Mica il venerdi' seguente della settimana che verra'.
GM indiano: Fatemi capire! Io qui ho davanti la nostra cuoca italiana. E a noi costa un capitale. E' assolutamente frustrata. Il mio boss m'ha detto che cosi' non si puo' andare avanti. Stiamo perdendo soldi tutti i giorni per via del vostro ritardo. Ora voglio sapere quando ci consegnerete la cucina. Quando? la domanda e' semplice. Molto semplice. Voglio una risposta precisa.
Con abile mossa attacca il vivavoce e la risposta e':
Guardi noi stiamo facendo tutto il possibile, la consegna dipende da cosi' tanti fattori e...
GM alzando la voce: Tanti fattori?! Vi abbiamo spedito la lista di tutte le cose che dovevate mettere a punto. Due settimane fa. Ora fatemi capire cosa avete fatto in due settimane?
Abbiamo avuto dei problemi, e stiamo verificando che...
GM interrompendolo incazzato: La voglio qui nel mio ufficio alle 4 di questo pomeriggio. Voglio sapere quando ci consegnerete il ristorante. Siete in ritardo di due mesi.
Oggi non posso, sono a Bangalore.
GM perde la calma: Lei e' a Bangalore e io sono all'inferno. Qui mi stanno facendo pressione da ogni parte. Si metta nei miei panni. Mi dite una cosa e ne fate un'altra, ditemi la verita' perche' e' due mesi che stiamo andando avanti a cazzeggiare! qual'e' il problema? Avete un problema?Fatemene partecipe. Fatemi capire che problemi avete a finire il lavoro. Non avete personale? Non avete gente competente? Fatemi capire il problema. Almeno si tenta di risolverlo assieme. Cosi' non e' possibile.
Io crudele sussurante: Quando pensa che possiamo aprire? A Natale?
GM annuisce e ripete urlando: Quando apriamo? A Natale? Giusto per avvisare tutte le persone che la compagnia sta pagando a gratis, che sta aspettando ad entrare al ristorante per lavorare e farci riprendere i soldi che la sua ditta ci sta facendo perdere!
No sir no, la cucina la diamo tra due giorni.
Il GM dondola la testa perplesso: Due giorni? e sbatte giu' il telefono.
Ci guardiamo e mi dice: Welcome to India. Mi metto a ridere. E penso: e' il senso del futuro. E' quel senso che sfugge completamente a tutto l'Oriente. La lingua stessa non ha una declinazione precisa per il futuro. Hanno variazioni di condizionali sulle varie statistiche possibilita' che potrebbero capitare a ciascuna persona. Nessun coinvolgimento diretto su progetti precisi. Si fanno delle cose e si portano a termine. Quando? Con tranquillita'. Domani. Ma mica veramente domani. Un giorno della settimana seguente, magari il mese prossimo. L'anno dopo. Vedete voi. Il domani non ha la stessa valenza che ha per un occidentale che possiede nel dna una precisa tabella di marcia rappresentata da ore che scorrono e minuti che traghettano sul lido di una precisione cronometrica. Ecco quella roba chiamata orologio, il suo marcare minuti e ore qui non ha nessuna valenza. Certo l'orologio c'e' anche qui. Ma e' un bell'oggetto d'arredamento. Bisogna ricordare ogni minuti cosa bisogna fare il minuto seguente.
Quindi io e il GM ci siamo accordati su una strategia del tipo: ogni giorno vado dal lui a rompere le palle. Tutti i giorni lui prende il telefono e fa una scenata al malcapitato di turno. Poi si scrive durissimamente una email (che va bene la responsabilita' diretta ma si fa capire che qui nessuno sta giocando), poi si prende di nuovo il telefono e si chiama il Generalissimo Manager Supervisore e si trascorre con lui una mezz'ora circa lamentandosi copiosamente di come la situazione per quanto possibile sia sotto controllo, ma che la ditta edile sta facendo quello che gli pare e piace nonostante le urla e gli strepiti. Poi si prende di nuovo il telefono e si chiama il responsabile della suddetta compagnia edile e si fa un'altra parte e via cosi'. La perdita media ogni mattina e' di circa due ore. Io e il GM ci stiamo prendendo gusto. Gli altri stanno mormorando che ci sia grande accordo tra noi e m'hanno informato che lui e' sposato. Ho risposto: Meglio. Hanno sghignazzato.
Welcome to India. Eppure a me sembra un copione che ho gia' visto da qualche altra parte. Non so, ma a me sembra un po' tutto cosi' -come potrei definire-: italiano?! Sembra di stare a casa.
Che l'efficienza del Nord del mondo si fotta! Mica per dire. Sul serio.

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settembre 15, 2007

I marciapiedi di Chennai


Come sempre quando arrivo in una citta' nuova ho tendenze peripatetiche. Orsu' capitemi. Mi piace passeggiare con il naso all'insu' e guardare, osservare, immergermi nell'atomosfera.
Capita credo a tutti i viaggiatori. Appena ho annunciato 'andiamo a piedi' si son messi a sghignazzare e m'hanno detto 'no no no, si va con il taxi, si usa la macchina, il triciclo, la moto, la bici ma a piedi non sia mai!'.
Ma ieri ho preso e mi sono fatta il giro attorno alla zona dell'abergo, pieno centro per intenderci e ho capito perche' s'eran messi a ridere. C'erano una volta i marciapiedi a Chennai. Ora non ci sono piu'. O meglio ci sono ma sono stravolti dalle piante centenarie, dai lavori in corso (che in India non finiscono mai, si' lo so anche in Italia!), dalle macerie, dalle scoazze/rumenta/monnezza/pattume, che ricoprono ogni centimetro quadro degli antichi maciapiedi che intuisco essere stati costruiti dagli inglesi, e che poi gli indiani dal giorno dell'indipendenza sessantanni fa, non hanno piu' rinnovato e ritenuto necessari di manutenzione. E il traffico: tutti che vanno a una velocita' al limite del folle scartando e srombazzando. E i tricicli: una banda di guidatori pazzi che si divertono a frenare, strombazzare, fare giravolte, e scartare a destra e a sinistra appena un minuscolo spazio si manifesta di fronte. Insomma per chi non l'avesse capito i marciapiedi di Chennai fanno schifo. Come gia' detto esistevano, ora non piu' e si e' costretti a camminare e girovagare tra macchine, biciclette, moto e tricicli in pieno impazzimento. Ho capito perche' tutti si lamentano civilissimamente del traffico, ma se capita loro di essere alla guida di un qualsiasi mezzo diventano d'improvviso una banda di pazzi corridori che vogliono fare le gare di formula uno, senza averne capacita', merito e titolo. Insomma ogni abitante di Chennai ha la straordinaria tendenza ad essere schizofrenico. Gentilissimo e civilissimo fuori dall'abitacolo, si trasforma in un maniaco al volante. Tutti, ma proprio tutti. Da morire di paura ogni qualvolta si sale sul triciclo. Per chi ama le montagne russe, inutile spendere i propri soldi, basta prendere un passaggio su un qualsiasi triciclo. Magari alla fine piacera' assai e tra un attacco isterico di risate e bestemmioni e imprecazioni, ci si scoprira' particolarmente creativi perche' di certo le risate saranno alte ma il fiorilegio di imprecazioni che uscira' dalla bocca, avra' sfumature nuovissime e modernissime. Per dire.

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settembre 13, 2007

2007. L'arrivo a Chennai


Ho lasciato il Taj Mahal con una stretta al cuore e mentre salivo nel taxi ne ho sentito un piccolo strappo, quasi mai piu' dovessi rivederlo. Come se il Taj Mahal fosse diventato d'improvviso casa mia. E quando l'aereo si e' alzato dal suolo la vertigine interiore e' diventata spessa. Cosi' ho compreso che lasciare Mumbai mi ha pesato e che tutti i drammatici cambiamenti che si sono susseguiti in quest'estate, nel futuro mi perseguiteranno e di sicuro sconvolgeranno la mia esistenza. Nel bene. Per carita'.
Di certo miei piccoli cari lettori vi andro' a raccontare cos'e' avvenuto nel mio piccolo privato. Ma non ora. Invece lasciatemi raccontare della mia nuova e definitiva annuale destinazione: Taj Coromandel a Chennai.
La citta' prima era conosciuta come Madras. La citta' venne di fatto fondata dalla Compagnia delle Indie, ora e' la citta' capitale dello stato Tamil Nadul che ha una propria lingua e una propria cultura. Possiede un'industria cinematografica di tutto rispetto con una parte della citta' piena di studios, la produzione e' diversa da quella di Bollywood ma importante quasi quanto, sforna non i capolavori ma film di serie B. E' quindi popolarissima.
Rispetto a Mumbai e' piccola: solo 6 milioni di abitanti. E' piena di verde, caotica, trafficatissima e tutti si lamentano del delirio stronbazzante tra tricicli targati Piaggio, motociclette e automobili scassate, eppure...
Eppure nonostante il traffico allucinante, e' umanamente molto calorosa e simpatica. Una vera gioia per gli occhi per i suoni e i colori. Innumerevoli le foggie e i costumi dei sari e soprattutto innumerevoli i gioielli indossati. Le diversita' tra pelli di diverso colore e i milioni di odori e in particolare quelli di carry e noci di cocco e' straniante.
Se si va verso Marina Beach l'acqua fa abbastanza schifo ma sembra di stare sull'Adriatico riminense, l'atmosfera e' quella, un pienone di gente, famiglie, bambini, danzatrici e suonatori. E le casette che danno sulla spiaggia con un bizzarro mix architettonico che va dal francese, al portoghese fino al britannico, che quasi mi fanno sentire un po' a casa nonostante da casa sia lontanissima. Chennai ha inoltre un'enorme citta' studi ed e' famosa per le arti, la danza e la musica. Famosa per essere una citta' intellettuale. Qui risiede l'universita' piu' importante dell'India: il Mit di Chennai che sta sfornando un'intera generazione che rivoluzionera' le sorti di questo travolgente paese.
Si va in giro con la sensazione che in Italia si sia fermato il tempo leggendo in rete i giornali e i blog e mi rendo conto di quanto siamo piccoli e lenti. Come se fossimo saliti su un calesse tirato da un cavallo malato e stanco. Mentre questi indiani viaggiano veloci, strombazzando per farsi spazio. Viaggiano sul triciclo e' vero. Ma son veloci, cazzo se son veloci! Mica per dire. Sul serio.

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