maggio 11, 2007

Aspettando Remy


Sto aspettando Remy. Un topo in cucina.
Diciamo che me la chiuderebbero la cucina. A me.
Ma alla Pixar no, loro c'hanno gli agganci giusti. Poi stanno a dire delle ASL italiane.
Comunque il trailer è GRANDIOSO!

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novembre 26, 2006

La piccolacuoca va al cinema: Marie Antoinette

'Marie Antoniette' è l'ultimo film girato da Sofia Coppola, figlia di Francis Coppola quello che ha girato Il Padrino. In questo caso la genetica non è un'opinione.
Maria Antonietta è una ragazzina quindicenne che finisce in un covo di vipere chiamato Versailles il club/corte d'Europa più ricco, più figo e più stronzo del XVIII sec. E' una provinciale carina, ben educata e ben servita ma sempre provinciale è. Non ha la conoscenza e gli strumenti per far fronte al nido di serpenti in cui è capitata, ma ha classe. E si sa la classe non è acqua, e inoltre ha un'altra cosa fondamentale: il senso del dovere. E' girato con un'ottica tutta femminile: il rosa, le scarpe, i vestiti, i mobili, la tapezzeria, il gioco delle carte, lo sperpero, il sesso con i mariti sfigati (che non c'è e non arriva mai), l'amante (lasciato ché nessuna vera donna lascia un marito con figli per andarsene con un amante, si tradisce ma non si tradisce il senso del dovere, e il conseguente struggimento adolescenziale) i figli, la morte dei figli e la dignità della fine. Ha una visione tutta femminile del cibo: i dolci, la frutta, il cioccolato, i pasticcini. E' un film pieno di dolci e dolcezze e nei dolci c'è tutto il senso del futile (perché lo sappiamo che chi ha veramente fame NON pensa di certo ai dolci) e difatti non si vedono mai piatti da maschi (che so: cosciotti di manzo e di maiale o di lepre o di camoscio: la carne. Non si vede una bistecca neanche a morire. Si vedono enormi costruzioni sceniche di cibarie sulla tavola reale). Si vedono tanti tanti tanti dolci nelle stanze di Maria Antonietta: macarons a gogò, charlotte, mousse, chili e chili di torte. La pasticceria è roba per palati femminili. Non ce n'è!
'Un film splendidamente epidermico ma non superficiale'. Perché il mondo femminile (ovvio quello delle classi agiate) quello prima della Rivoluzione (femminista?) era: scarpe, vestiti, musica di gruppetti sfigati e sconosciuti, mariti, figli, amanti, matrimoni dei figli, malattie dei mariti, morte dei mariti, nipoti...dove le ultime voci le dovete sostituire con: Rivoluzione Francese. Per la sfiga di Maria Antonietta arriverà quella cosa percui mai più sarà come prima, percui la vita di tutti sarà stravolta. Arriva la Grande Storia. Che come sempre mica viene fatta dalle donne. La fanno gli uomini.
Questo è un film di donne con una visione così femminile e profonda che se solo avete una parte femminile dentro di voi potrete capire. Ci fa vedere un mondo ricco, stronzo, annoiato in cui arriva un'adolescente che guarda tutto con occhi nuovi, semplici e ingenui e dice: ma tutto questo è ridicolo. Intanto sua madre le spedisce lettere stracciandole le ovaie sul senso del dovere: fare figli. Che è poi l'insegnamento che tutte le madri impartiscono alle figlie.
Ovvio: l'adolescente piange e si dispera e non capisce e quando diventa una donna non cambia niente se non i vestiti, i capelli, le scarpe, i dolci...E diventa una donna perché arriva il fratello (maschio) che dice al cognato cosa deve fare, un fratello che assaggia i macarons con aria disgustata e beve il tè regalato dall'imperatore della Cina senza particolare entusiasmo. E lei, come tutte le donne, vorrebbe fare conversazione a tavola (per una donna la tavola è un altro salotto) con il marito che invece vuole solo mangiare...Un mondo dove la donna si costruisce la sua Arcadia con i contadini falsi e l'orto falso, dove tutti si amano e dove tutti sono semplici. Un mondo irreale come lo sono tutti i mondi femminili. Che puoi leggere con mille chiavi di lettura ed è delicatissimo e sottile nel descrivere la morte dei figli, ed è altrettanto lieve nel descrivere il rapporto con la natura e il cibo.
I maschi escono annoiati a morte da un film così e io li capisco. I silenzi, il sole che sorge, i vestiti lungo la scalinata, la galleria e il suo viso che cambia durante gli anni, i dolci e le torte e le carellate di scarpe...un uomo si straccia i coglioni dopo le prime note, uno shopping lungo un film un maschio non lo regge, abituato com'è a chiaccherare di temi più grandi: la politika, l'eterno, la nascita dell'universo, la Storia...Qui di Storia non ce n'è molta, anzi ci sono un casino di disgressioni storiche.
A memoria mi ha ricordato un altro suo bel film e penso sia una brava regista che sappia cogliere benebenebene la profondità in cui l'età dell'adolescenza si muove e in cui noi donne viviamo. Nessuno prima di lei ha saputo riprendere l'atmosfera di Versailles: briosa e velenosa, arguta e annoiata, rituale e sofisticata, castale e aristocratica, lucente e luccicante. Nessuno di noi può capirlo fino in fondo un mondo così. Non c'eravamo. Ne possiamo intuire come umani i sentimenti. E siccome l'intuizione si dice sia sentimento femminile allora questo film c'è riuscito in pieno a cogliere quel momento lì di quella persona sbagliata al momento sbagliato che sta mangiando un sacco di dolci mentre di fuori stanno morendo di fame. Dicono che le Rivoluzioni sommuovo il mondo ma alla fine sono dovute solo a moti di pancia.

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settembre 08, 2006

lapiccolacuoca va al cinema: Un americano a Roma



S'inaugura la kritika gastronomica cinematografica. Di cinema se ne vede abbastanza e crediamo nel valore (dis)educativo di questa nuova arte maggiore. Spezziamo una lancia a favore di quel cinema dedicato al cibo e alla cucina in particolare di quella italiana, benché non vi siano capolavori di grandi cineasti italiani dedicati alla nostra tavola. O meglio ce ne sono ma tra le pieghe e bisogna cercarsi le scene che ti dicono tutto.
Si parte da un classico girato nel 1954 da Steno: Un americano a Roma. Chi non l'ha visto alzi la mano. Ecco tu laggiù, sei l'unico. Fuori! comprati il DVD, guardatelo, fai qualcosa per approfondire la tua kultura, 'che stai messo male.
In cotesta pellicola si narrano le vicende del burino romano di nome Nando Moriconi (uno spettacolare Alberto Sordi) con la fissa dell'America e degli americani. Ne combina di ogni con questa mania, una summa di cornuto e mazziato. La scena che tutti ricordano è la scena degli spaghetti. E' sera Nando amerricanodekansascity ha fame, si prepara quindi un beverone con dentro varie e inenarrabili schifezze, lo tragugia e lo spruzza schifato, in un momento di alta veritas da pancia vera si ingozza di un piattone di spaghi pieni di sugo. E' questa una scena sintetica e veritiera. Meglio un piatto di spaghi che un hamburger. Abbiamo conquistato il mondo con la pizza, il mandolino e la mafia, vuoi che non ci siano gli spaghetti? Perché c'è da aggiungere che nessuno sa mangiare gli spaghetti come gli italiani. Provate e osservare gli altri (francesi, tedeschi, inglesi, orientali ecc.) nessuno è capace d'arrotolare attorno ai rebbi gli spaghetti senza l'aiuto di un cucchiaio. Ore di lezioni a tavola, di immedisimazioni gestuali da parte d'intere generazioni, l'homus italicus si distingue e contraddistingue da questo semplice gesto: l'avvolgimento dello spaghetto sulla forchetta con precisione e abilità. E' da quando hanno inventato la forchetta con oltre due rebbi (XVI sec. circa) che lo spaghetto ha avuto un suo formale avanzamento sulle tavole italiche. E' il modo in cui si mangia lo spaghetto che ci fa dire siamo noi, abbiamo una nostra identità culturale e lo spaghetto ci ha unito molto più di quanto abbiamo fatto gli americani nel '43, di cui Nando è follemente innamorato. Ma l'adorazione del soggetto non riesce ad arrivare alla sua papilla gustativa. E' lì Nando precipita. Lì Nando non può amare l'America. Quella scena entra nei nostri cuori perché ci ha spiegato com'è che siamo famosi in tutto il mondo. Perché mangiamo bene. E i nostri spaghetti sono i migliori del mondo, hai voglia a dire i cinesi. I cinesi li mettono nel brodo in mille zupponi... vuoi mettere con un sugo all'amatriciana? Non ci sono paragoni! Il pasticcione Nando con il suo dramma umano (che ci fa divertire perché è troppo sfigato), mangia con gusto il suo piattone di pasta e ci dà una simbolica chiave di lettura sull'Italia del dopoguerra migliore di mille saggi e romanzi. Una sola scena e c'è dentro la fame e l'abbondanza. Tra gli sceneggiatori ci sta Ettore Scola. Mica per dire ma sul serio.

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