novembre 02, 2009

Gli indiani a tavola


La nonna Teresa diceva sempre 'paese che vai, usanze che trovi' oppure 'tanti paesi, tante usanze'. Ero piccola e m'affascinava il suono della parola 'usanza'. Tuttora è una parola che mi intriga molto. Ha un suono esotico e stravagante, che il suono di 'rito', 'costume' e 'abitudine' non possiede. C'è la visione della tolleranza, non così comune, della capacità d'adattamento e di comprensione degli altrui costumi. Perché si è intimamente consapevoli della difficoltà di comprendere e capire il diverso. E' una piccolo dizionario della sopravvivenza del viaggiatore nei territori degli altri. Si accede al viaggio solo se si è mentalmente aperti. Paradossalmente questo detto da un lato immagina l'essere umano aperto e socievole, dall'altro è un avviso ad alzare la soglia d'attenzione, perché fuori dal proprio villaggio esiste una varietà assoluta di abitudini e usanze. Perché il bipede senziente, si sa, è assai creativo. Di fondo ciò che accomuna gli umani è innanzitutto la sussistenza, quindi procacciarsi il cibo e mangiare. E mentre su come ci si procacci il cibo le tipologie s'assomigliano un po' tutte (caccia, pesca, agricoltura, allevamento), le differenze sostanziali sorgono quando il cibo viene manipolato e consumato. Queste due attività vengono confinate in spazi precisi: la cucina e la tavola. In Occidente, come pure in Oriente, lo sviluppo delle preparazioni e cotture ha avuto un lungo percorso. Lo stesso discorso vale per il consumo del cibo dove la ritualità del pranzo in tavola, la maniera di mangiare e l'apparecchiatura configura gruppi e classi sociali. Se avete un minimo di senso critico e d'osservazione su come le persone mangiano, arrivate a conoscere con estrema esattezza la loro provenienza sociale, senza bisogno di chiedere informazioni. Da come impugnano le posate, a come portano il cibo alla bocca, dalla masticazione al sorseggiare le bevande, s'intuiscono tipologie umane e sociali. Varcate le soglie d'Oriente, il proprio spirito critico e d'osservazione evapora, perché sfugge completamente la catagolazione antropologica, a meno che non si studino storia e cultura del luogo. Ci sono tantissimi Orienti ed entrando nei luoghi adibiti alla consumazione, la prima cosa che balza agli occhi è che non ci sono posate, almeno non quelle a noi conosciute. E' un po' come essere capitati nel XVI sec. dell'Occidente (dove l'unica vera posata era il coltello. Il cucchiaio ha avuto alterne fortune, mentre la forchetta appare all'alba del Rinascimento). Nell'Estremo Oriente si mangia con le bacchette, mentre in India si usa solo la mano destra, perché la sinistra serve per lavarsi le parti intime. L'India, culla della civiltà indoeuropea, è rimasta fieramente attaccata alle proprie arcaiche usanze, quasi fosse in uno spazio atemporale.
Il cibo viene servito su una foglia di banana e la varietà dello stesso dipende dalla regione in cui uno si trova. Ovunque il terroir ha un enorme importanza, ma in India è fondamentale. Tutto è preparato in giornata, quello che rimane non viene mai riscaldato il giorno dopo. La mancanza di frigoriferi in un clima caldo umido impedisce la conservazione della rimanenza. L'acqua viene sempre fatta bollire, data la penuria di acquedotti. Le verdure sono generalmente stracotte e rare sono quelle servite crude. L'insalata indiana è composta da pomodoro, cetriolo e cipolla tagliata a fette grosse e servita con peperoncino verde. Tutte le lattughe crude sono guardate con estremo sospetto. L'abbondante uso di spezie è una caratteristica comune dei paesi caldi. Il piccante ha un alto potere disinfettante e aiuta a tenere lontano le malattie. Si comprende quindi l'uso e l'abuso del masala (quello che noi chiamiamo curry e che in verità è una pianta) che è composto di base da cinque spezie: curcuma, cannella, coriandolo, cumino e pepe nero e l'aggiunta di altre a piacere. Ogni sposa prima della dote porta la conoscenza della propria ricetta di masala, che è passata di generazione in generazione, che ha varianti su varianti.
Si diceva che gli indiani in genere mangiano usando la mano destra. A inizio e fine pasto le mani vengono sempre lavate. Esiste poi una precisa manualità per prendere il cibo e portarselo alla bocca, senza sbrodolarsi e impiastricciarsi. Non c'è il concetto di sedersi a tavola e mangiare tutti assieme. Non esiste cioè il concetto di tavola come la intendiamo noi. Mentre noi viviamo l'evento iniziando dalla tavola e dalla conseguente consumazione del cibo per poi passare a intraprendere le relazioni sociali quale conversare, ballare e bere, in India accade l'esatto contrario. Prima si beve, ci si intrattiene attraverso la conversazione (gli indiani sono molto socievoli e prolissi), indi si danza e si canta e solo alla fine ci si siede e si consuma velocemente il pasto e ci si saluta appena finito di mangiare. Mentre si mangia non si fa conversazione, si mangia in silenzio. Quando l'indiano viene messo in condizioni 'occidentali' fa estrema fatica a mangiare e conversare insieme. Come se i due atti andassero in conflitto. L'indiano inizia a parlare prolisso senza toccare il cibo in tavola, che immancabile si raffredda.
Gli uomini si siedono a terra sulle stuoie, o più semplicemente sulla nuda terra (contadini e artigiani), vengono serviti e mangiano per prima. Le donne mangiano quando hanno fame oppure con i figli, i bambini vengono nutriti a parte. Questo in generale. In particolare: gli indiani sono immensamente formali, chiusi in piccoli gruppi, in caste e sottocaste, e ogni casta ha una sua peculiare modalità d'assunzione e consumazione del cibo. I contadini hanno un loro modalità e maniera nel mangiare, gli artigiani un altro, i commercianti un altro ancora e così via. Nella stessa casta dei brahmini le differenze sono enormi. Non è solo la qualità che fa la differenza di casta, è soprattutto la quantità di pietanze e la varietà che determina il tessuto sociale e gli accorgimenti che dimostrano al ricchezza o la povertà della propria casta.
In questi ultimi due decenni si sta assistendo alla rivoluzione di usi e costumi dovuto all'influenza dell'Occidente. Nelle città l'introduzione del piatto, delle posate, della tavola e delle sedie, ha fatto sì che subitanenamente in due generazioni (a parte ovvio i ricchissimi, categoria che qui non si prende in esame) ci sia stata un'estrema evoluzione nella dimestichezza dell'uso delle posate, delle ceramiche e dei vetri.
Rimane la vastità dell'India rurale che continua tuttora a sedersi sulla stuoia in terra, a usare la mano per mangiare il riso e il dhal e l'incredibile varietà di verdure speziate, dove il metallo e la terracotta in cui servire il cibo sono i materiali predominanti. Lentamente (troppo lentamente) si sta cercando di risolvere il problema di una fame atavica. Esiste una enorme divergenza tra il il nord afflitto da una povertà disperata ed endemica e il ricco sud, dove la stessa ha un aspetto molto più dignitoso e sereno. Non è difficile capire che il cibo non ha ancora assunto valore di piacere che l'abbondanza comporta. Quando si ha tutto solo allora si cerca il meglio. Qui si è alle basi: il cibo serve ancora semplicemente al sostentamento. Mica per dire. Sul serio.

Etichette: ,

giugno 30, 2009

Cambiare non è trasformare


Un po' si gira per i tavoli, si intrattiene amabili conversazioni con i clienti, tutti facoltosi, intelligenti e preparati, e si pensa e si elabora molto di quello che viene detto. Tutti dicono che ci sono grandi cambiamenti e bisogna aspettare che l'onda malefica passi. Si dice banalmente che il male debba esistere affinché si capisca il bene, e si migliori. Si dice che l'economia è ciclica e che le crisi servono al mercato per fare pulizia. La crisi, m'ha detto un ricco signore indiano, serve per capire cosa non va anche dentro. Ci sono molte cose che non vanno in questo sistema, e bisogna metterle tutte a posto senza fare troppi danni. Cambiare non è trasformare. M'ha detto il ricco signore indiano, qui bisogna capire se si vuole cambiare o semplicemente trasformare.
Così chiaccherando l'altro giorno su FF, son finita che ho rivisto Simon Le Bon (è sempre stato un ciccione) che cantava al party di Berly, con quest'ultimo che girava per i tavoli, vestito da Tony Manero (giacca bianca, camicia nera, che Scarface sia dannato per l'estetica che ha influenzato e influenza tuttora tutte le generazioni a venire di mafiosi/camorristi tamarri, nuovi ricchi. Volete mettere la classe del Padrino?). 
In quel momento ho capito che epigoni degli anni '80 erano sopravvissuti e non lottavano per niente assieme a noi. Anzi. Poi mi muore Michael Jackson.  Gli stessi anni '80 finiscono nella tragedia di una star che ha rappresentato una generazione marchiata dall'egomania e dall'addizionamento di successo, di sostanze e di denaro. Un uomo che si sottoponeva infaticabile alla trasformazione di se stesso, pur di non ammettere di avere delle  malattie di cui probabilmente provava orrore.  Pur di non cambiare niente di se stesso.
Non so se si possa fare un decalogo degli anni '80 e di cosa abbiano comportato a livello storico. Di sicuro per me, sono stati anni che hanno impoverito in maniera drammatica il senso della politica. Così tanto da ritrovarci, che per far nascere un partito, che dovrebbe fare opposizione a Berly (e alla sua visione anni '80, finiti ma mai morti sul serio, almeno non in patria) si stia rivelando operazione sempre più complessa. Tanto complessa che si fanno assemblee su assemblee, per ribadire concetti che tutti dicevano sorpassati, per ridire cose che davo per scontato, per ribadire ideali che si credevano antichi e invece sono tuttora attuali (e a volte ho la sensazione di essere catapultata in pieno negli anni '70). Penso però che non è ancora momento, non è ancora abbastanza, bisogna diventare più poveri, molto più poveri. Perché se ci sono speranze di fare riforme, e quelle riforme non vengono mai attuate, allora è tempo di cambiare. Ma tanto. E' vero che la trasformazione parte dal soggetto. Ma trasformare non significa cambiare. Perciò quando c'è la speranza e non si fa affidamento ai sogni, si fa affidamento al domani. Quando si è poveri, non ci sono speranze, non ci sono validi motivi per posticipare il cambiamento. Ma io non lo so se domani è un altro giorno. Mi pare che siano tutti uguali questi giorni qui. Per dire.

maggio 25, 2009

Zeitgeist 3


Diciamo che sposo l'opinione di Lia perché 'o rattuso a me ha sempre fatto abbastanza schifo. 
Rimane che c'è qualcosa che non mi torna. Non mi torna che non si parli più di crisi economica, di terremotati, di Mills. 
Tutto 'sto gran parlare, spettegolare, dichiarare, strombazzare e non trombare m'ha fatto riflettere che l'ultimo caso dove si sono smosse le coscienze degli italioti, è stato il caso Englaro. Ecco. Il caso Letizia è uguale al caso Englaro. Pensateci: due giovani donne con due destini completamente differenti. Accomunate solo dal fatto di essere finite loro malgrado sulle pagine di tutti i giornali, volenti o nolenti. E fateci bene caso: il loro padre era un socialista. Ripeto: due casi completamenti diversi. Eppure...
La dicotomia è quella: eros & thanatos. Pensateci bene e a lungo. Credete che bisogna smettere di parlare di Noemi Letizia? come s'è smesso di parlare del caso Englaro?
Bisogna continuare a battagliare sul caso Letizia. E' importante comprendere quanto siamo lontani dal concetto di essere persone civili, di diventare esseri civici e di progredire a soggetti politici. Siamo lontani anni luce dalla democrazia. Stiamo ancora all'alba del pensiero umano. Rimaniamo sempre lì, sullo stesso palcoscenico a recitare ancora e ancora il medesimo grottesco melodramma. Con '0 rattuso che rantola e rotola. Like a rolling stone. Per dire.

Etichette:

maggio 18, 2009

Prendi un paese che


abbia 1 miliardo di persone, di cui il 72 % di giovani e che vadano a votare. Prendi un partito guidato da un uomo giovane che dice che vuol cambiare, che vuole portare il proprio paese fuori dalla povertà, che bisogna incentivare scuole, ospedali, strade, che bisogna lavorare uniti contro il terrorismo, contro le caste, contro le fazioni religiose, contro tutte le intolleranze, che bisogna lavorarci su tanto, che bisogna combattere la corruzione a tutti i livelli, e bisogna essere uniti per farlo. Che vada villaggio per villaggio a spiegare questa visione politica. In India. Piena di fame e di caste. 
Poi prendi la sua famiglia. Una famiglia che ha per certi versi lo stesso destino dei Kennedy. Sempre stata al governo, sempre fatto politica. Dove la morte cammina al fianco del potere. Il padre è morto in un attentato nel Tamil Nadu ad opera dei separatisti delle Tigri del Tamil. La nonna è stata fatta fuori dalle proprie guardie del corpo Sikh. Una famiglia che ha fatto la Costituzione Indiana. Che ha combattuto per l'unificazione e la liberazione dell'India. Che ha assaggiato il tradimento di alcuni familiari: i cugini fanno parte del partito dell'opposizione, una destra intransigente nazionalinduista.  
Poi prendi la madre Sonia  e la sorella Priyanka. Due donne forti e poco propense al compromesso ma assolutamente contraddittorie. La madre, che tanto avversava la politica, si ritrova a guidare l'India, senza tanto volerlo. Non si capisce se lo fa per dovere nei confronti della memoria di una famiglia o se ne subisce la leggenda. E non solo la madre,  la sorella Priyanka dice di non volere entrare in politica. Di fatto è l'intelligenza grigia, quella che gli scrive discorsi e pare gli detti le linee da seguire, molto amata e stimata, che tutti vorrebbero entrasse in politica, perché dicono questo è il suo karma: seguire le gesta della nonna Indira e del bisnonno Nerhu. Eppure se ne sta defilata, quasi fosse ancora in lutto per l'assassinio del padre, come se non volesse sentire il richiamo della storia della famiglia, come se volesse avere una vita normale di una persona normale. E' la sua intelligenza carismatica a non essere tanto normale.
Quest'uomo si chiama Rahul Gandhi. Ha 38 anni. Ha appena stravinto le elezioni, contro ogni previsione. Quasi fosse un'altra valanga Obama, senza avere però niente in comune. Dice che vuole cambiare il suo partito, vuole ringiovanirlo, vuole un'India moderna, vuole un'India da primo mondo e non più terzo. Ci riuscirà perché ha il 72% della popolazione che ha la sua età, se non più giovane. Poi andrà al potere. Adesso dice che vuole solo fare il segretario del Congress Party. 
All'India spettano 5 anni di governo stabile, forse noioso, ma con una visione della politica ben precisa. 1 miliardo di persone. Tranquille e serene che ce la faranno. Rahul Gandhi il Giovane le guiderà. Mica per dire. Sul serio.

p.s. Qui un'analisi dettagliata delle elezioni indiane.

Etichette:

maggio 14, 2009

La solitudine dei primati porta numeri


Sono stati giorni belli pieni, perché se qualcuno non lo sapesse, qui si lavora e non si cazzeggia. Si è rifatto tutto il menù. La costruzione di un menù in India presuppone che ci si ricordi dei vegetariani. Ed è una cosa che in Occidente uno chef normale manco ci pensa. Non è possibile che la gente non si abbotti di salumi, di carni e di uova. Come si fa a vivere di verdurine? si chiede sconvolto uno chef normale.
Adesso dopo due anni ho capito quelle due cose e ho diviso il menù in tre sezioni: vegetariano, di carne e di pesce.
Ho la mania (vezzo?) di scrivere il menù mettendo l'articolo alle pietanze (tipo: Il filetto di manzo con la purea di patate agli agrumi) ed è un vezzo (mania?) che ho ereditato da Carla Sozzani (10CorsoComo a Milano, dove ho passato quasi tre anni della mia vita professionale). Devo dire che ha faticato molto a convincermi ma con il senno di poi penso avesse ragione. L'articolo dà un'identità al piatto, lo impreziosisce e gli conferisce importanza.
Dopo aver scritto il menù si va alla costruzione del piatto: cosa ci sta dentro, quanto e come.
Il cosa: le materie prime. Il quanto: la grammatura. Il come: l'estetica.
Detta così sembra semplice e facile. In verità è il lavoro di preparazione di ricerca delle materie prime, di pezzatura, di cottura, di presentazione che costruiscono la tua cucina. Poi tu puoi anche copiare mille menù e mille ricette, ma alla fine non ne vale la pena, ti costa doppia fatica, perché il piatto che hai visto non potrai mai riprodurlo fedelmente. Magari i colori e gli assemblamenti. Forse ma poi c'è il fatto indiscutibile che ogni chef ha un suo gusto e un suo palato ben definito. E se anche vuoi copiare, tipo che vedi una foto strafiga fatta in un ristorante in Italia e tu sei in un'altra parte di mondo (esempio egotico in India), capisci che tu quella roba lì NON la potrai mai fare. Perché non potrai mai trovare quel taglio di bue, o di manzo. Non potrai mai avere quella misticanza meravigliosa, che in India te la scordi la misticanza, ci puoi fare dei sogni sulla misticanza. E' qui che scatta la nostalgia dei prodotti introvabili, delle erbe semi-sconosciute e t'arriva la solitudine da primate, che sta sfinente osservando l'orizzonte del deserto dei Tartari. Hai voglia a convincerti che in verità l'unica cosa che non hai è proprio la solitudine, perché stai sempre in mezzo alle persone/clienti e vivi con la brigata (cioè tutti i componenti della cucina che tagliano e cuociono per te e tu stai al pass e controlli che i piatti siano come da foto scattata mesi prima, alias standardizzazione del prodotto). Hai voglia a dire e disfare e rifare e controllare e incazzarti e rifare e bestemmiare. E lo straniamento che provi, ogni qualvolta che arrivi al tavolo del cliente, tu, primate sorridente (ovvio non con il sorriso falso che se ne accorgono subitosubito ma inalberando il sorriso vero che devi crederci fino in fondo, se no, non ha molto senso) quando t'accorgi in un millesimo di secondo dei numeri che hai dovuto fare, affinché quel piatto risultasse bello così; quello straniamento dicevo, si tramuta d'un botto e di nuovo in solitudine. Da essere umano, che umano non è più da abbastanza tempo, non si sa da quanto, perché ti sei trasformato in una macchinina da produzione molto profescional. Soprattutto intuisci che quel piatto lì non valeva tutta la fatica e l'ardore che tanto scomparirà nel giro di 10 minuti. Lo rifarai mille volte, sempre identico, dicendo sempre le stesse cose, incazzandoti sempre per gli stessi motivi, ma il cibo sparisce sempre. Questa accecante consapevolezza ti porta sottilmente a dare numeri, che non sono mai primi, neppure secondi. Anzi non sono più numeri, sono solo pietanze, milioni di pietanze che spariscono, mangiate, divorate, lambite, criticate o apprezzate.
Era per dire che ho finito di leggere La solitudine dei numeri primi. Indigesto?
E' perché prima avevo divorato Infinite Jest. Che invece è un piatto costruito così bene e così armonioso che dentro ci puoi trovare in una sola frase tutti i sapori del mondo. Per dire.

Etichette:

maggio 03, 2009

La Storia

Oggi PuzzoJoshua ha iniziato a camminare con le sue gambette.
Miriam Raffaella Bartolini (in arte Veronica Lario) ha chiesto il divorzio.
Pare il caso di affermare che oggi 3 maggio 2009 sia una giornata storica.

Etichette: ,

aprile 25, 2009

Kato Shuichi




Conobbi Kato Sensei (ché io lo chiamavo Maestro e così per me è rimasto) nei miei primi anni universitari a Venezia ed era un essere piccolo, tenero e curiosissimo, che faceva domande su cose che allora ti sembravano buffe davvero. Del tipo: perché i camini di Venezia avevano quell'aspetto lì e perché erano stati costruiti così. Era curioso su tutto: su di te, sulla tua vita, sul perché credevi nel comunismo. Su cosa avevi letto, quanto e quando, ti chiedeva di tutto. E poi pensava. Di fronte alla Giudecca alle Zattere, seduto al bar dove l'avevo portato a mangiare il gianduiotto da passeggio (un gelato al gianduja con la panna, una roba buonissima che si mangiava solo lì e che a lui piacque tantissimo, tant'è che divenne in seguito una sorta di appuntamento pomeridiano davanti al gianduiotto a discutere dei destini del mondo, e si facevano mille ipotesi su futuri possibili), fui io a chiedergli perché fosse diventato comunista lui (o almeno quello che allora si pensava essere comunista, volere una società non divisa per classi, per nazioni, per etnie. Di questi tempi la definizione corretta sarebbe libertario di sinistra). Rise rilassandosi e mi raccontò che quando era giovane gli piaceva un sacco andare da solo al cinema. Stava guardando un film quando entrò una banda di militari nazionalisti che aveva agguantato un giovane seduto a poche file da lui, l'aveva preso, trasportato fuori mentre questo urlava abunaiabunai (aiutoaiuto) e picchiato selvaggiamente. Gli urli erano cessati in pochi secondi. Gli spettatori rimasti in sala s'erano rattrappiti sulle sedie e allora lui, con la straordinaria incoscienza della gioventù, s'era alzato ed era uscito a vedere se abunaiabunai fosse ancora vivo. Una massa di sangue giaceva a terra e scoprì che era uno scrittore dissidente che divenne poi suo grande amico. All'inizio della Seconda Guerra Mondiale, lì davanti a quel corpo sbrandellato, Sensei comprese lucidamente che lui era giapponese e viveva in un regime nazional-imperialista. Era fiero di essere giapponese, ma non poteva spartire niente delle sue intime convinzioni con un regime che della violenza, del razzismo, dell'imperialismo e della mancanza di libertà faceva bella mostra. Lui era un pacifista convinto e lottò tutta la sua vita affinché gli altri, giapponesi e non, capissero che con le guerre il nulla avanzava, e pacifista rimase sino alla fine. Quando si laureò in Medicina diventando ematologo, andò a Hiroshima per curare una serie di malattie sconosciute allora alla scienza, dovute alle radiazioni. Ne rimase così colpito e impressionato da avere una dolorosa crisi di coscienza, tanto che cambiò lavoro, perché il mondo doveva sapere che la guerra e la stupidità umana non dovevano progredire. Divenne negli anni del dopoguerra uno dei maggiori studiosi giapponesi, amico fraterno di grandi scrittori e grandi poeti, egli stesso scrittore e poeta. Conosceva una quantità di lingue e le parlava tutte benissimo. Aveva una cultura impressionante sia d'Occidente che d'Oriente, un immenso pozzo di conoscenza.
Uno quando è giovane non sa quando viene toccato dalla Storia (quella roba con la S maiuscola), pertanto solo con il tempo ho capito quanto fosse importante quest'uomo e quanto io sia stata fortunata ad averlo conosciuto e averlo avuto come caro amico, che consigliava, dava dritte sugli autori, diceva cose impensabili ai tempi (del tipo: dell'autore Mishima tradotto e adorato da folle di italioti, Kato Sensei mi disse: lascia perdere, scrive neanche tanto bene, diciamo che scrive retorica stillata in forma quasi epica, ma scrive un monte di cazzate). La sua Storia della letteratura giapponese è il miglior libro di divulgazione scritto sul Giappone da tempi immemori e su cui schiere di nippologi si sono formate. Stette a Venezia per un anno come visiting professor e ci insegnò BENE. Fu l'unico insegnante che mi insegnò la Poesia. Per dire. E non li trovi in giro insegnanti così. Difficilissimo. Mi disse che l'Italia (che lui e Midori la sua compagna avevano percorso in lungo e in largo) era una nazione antichissima, piena di Storia, colma di sedimenti umani, che non c'era luogo meno selvaggio e naturale del Bel Paese e che sì era davvero un bel paese e che noi italiani così refrattari al patriottismo in verità eravamo nazionalisti in modo sconcertante SOLO sul cibo. Una caratteristica che lui aveva trovato travolgente e unica. Mi fece l'originale confidenza che riteneva gli italiani degli animali politici in nuce. Nel senso che avevano scritto nel loro DNA il senso del compromesso e dellla mediazione. Gli dissi che difatti avevamo un governo stabilissimo sebbene ballerino. E discutemmo di quanto Italia e Giappone per certi versi si somigliassero: il senso del clan, della famiglia, del cibo, del destino precario, del fatalismo innato, del terremoto, della sublime ironia e della tragedia imminente.
L'ultima volta che ci vedemmo fu sempre a Venezia negli anni '90. Era invecchiato assai, ma possedeva sempre quella limpidezza e precisione intellettuale, sua caratteristica peculiare, tanto che finimmo per parlare di politica. Ci raccontammo e ci dicemmo degli ultimi film e libri letti, di quello che sarebbe accaduto dopo la caduta del muro di Berlino. Parlammo della fine del comunismo. Ma ci dicemmo che le utopie buone non muoiono mai. Si evolvono in altro. Poi ieri in questo sito qui ho scoperto casualmente che il mio Sensei è morto.
Piango e rimpiango la sua profonda cultura d'altri tempi e l'intelligenza proiettata verso il futuro, la sua coscienza diversa e la sua sensibilissima capacità umana d'amare e farsi amare, perché solo ora capisco quanto sia difficile avere bravi insegnanti e camminare con la Storia. E di tutto quello che lui ha insegnato a me e a mille altri come me di certo il suo passaggio su questa Terra non è stato vano: che ne abbiamo fatto tesoro e impariamo giorno dopo giorno quanto avesse profondamente ragione.
Grazie Sensei, che tu possa mangiare mille gianduiotti di là alle altre tue mille vite.

p.s. Ringrazio sentitamente Giulio che m'ha fatto l'editing del post stracolmo di refusi

Etichette: