luglio 18, 2008

Tipologia del cliente: l'ammerikano



Entra schiamazzando in modo allegramente smodato, salutando a destra e a manca. Saluta proprio tutti, dall'usciere al cameriere, amicale e amichevole 'ché la mamma gli ha sempre raccomandato che se non si è gentili con tutti non si sa stare al mondo. E quando s'intende tutti vuol dire anche l'imbianchino che se ne sta per i cazzi suoi a far un ultimo lavoretto nella hall dell'albergo 5 stelle super lusso. Chiede il tavolo che dà sulla piscina e s'informa sulla salute del cameriere indiano di turno che è arrivato quasi di corsa con il menù in mano, impaurito da tanto chiasso. Mentre ciarla tira fuori il sigaro e il cameriere impallidisce visibilmente. Inizia a sudare. Non sa come dire al signore dalla voce grossa che nel locale (tutto il locale) è vietato fumare. Cerca con lo sguardo i suoi colleghi che son tutti scappati in cucina a chiamare la cheffa che sta spiegando come fare la salsa della caponata al giovanissimo e volenteroso commis che ancora sta facendo confusione tra salvia e basilico, benché gli sia vertiginosamente chiara la differenza tra prezzemolo e coriandolo. Si sente una specie di urlo in sala nel mentre la cheffa sta facendo il suo ingresso, sghignazzando dentro che la situazione appena prospettata a lei piace proprio tanto. 
"Davvero non si può fumare? ma io fumo gli Havana mica stupide sigarette..." La voce grossa, lo sguardo di fuori l'incompreso ammerikano non riesce a crederci che in India -quella manica di buzurri di color scuro- gli stanno vietando di fumare i suoi preziosissimi sigari .
"Sir può accomodarsi fuori nella hall di fronte.." mormora il cameriere con la fronte imperlata di sudore e la cheffa gentile interviene allontanandolo misericordiosamente "Mi perdoni signore ma in questo locale è vietato fumare, è un po' come negli Stati Uniti, e..."
"Ah no, noi abbiamo delle stanze apposite per fumatori di sigari, da quando in qua in India è vietato fumare? cos'è? stanno cercando di diventare un paese civile? poveretti, ne passerà di tempo..."
La cheffa interiormente aggrotta la fronte, ora che l'ammerikano dia dell'incivile all'indiano le pare uno scherzo. Li dividono qualcosa come tre millenni di letteratura e cultura, di invenzione dello zero vedico e arriva l'ammerikano pensando di portare la fiaccola della luminescenza del pensiero. Sorride beata "Vuole per intanto vedere il menù?"
"Ah no! voglio le fettuccine Alfredo e anche la Caesar salad" sicuro come il palo l'ammerikano butta il menu di lato quasi offeso che debba mettersi a leggere piatti a lui incomprensibili.
"Mi scusi ma questi piatti sfortunatamente (unluckily oh so unlyckily sir!) non ci sono, vuole essere così gentile da dare un'occhiata al menù?"
L'ammerikano sgrana l'occhione ceruleo e sbotta "Ma questo è un ristorante italiano giusto? che non ne posso più di mangiare lenticchie! incredibile che non abbiate le fettuccine Alfredo!"
Per la cheffa la fettuccina Alfredo è uguale a una bestemmia in pubblico. Non è roba che vuol sentire. E le parte il sussulto inconsapevole.
"Da quanto tempo è qui in India?" s'informa la cheffa nel disperante tentativo di dirottare l'attenzione verso altri lidi gastronomici. 
"Quattro mesi e ho preso tutte le diarree possibili" l'ammerikano fa la faccia triste e depressa.
"Oddio mi spiace! è che noi bianchi non siamo immunizzati, è così davvero!" Il tono dovrebbe essere di compartecipazione simpatetica, in realtà per nulla. Ritenta la prossima volta sarai più fortunato, pensa. 
"Provi a mangiare il filetto!" consiglia molto seria.
"Avete il filetto?" Sembra trasognato "Davvero? come lo cuocete?" 
D'un tratto l'occhio ceruleo diventa bramoso. La carne, la cheffa sta parlando della carne rossa, oggetto del suo desiderio.
"O semplicemente alla griglia e..."
"Ci può mettere della salsa?" Il tono da garrulo che era, s'è fatto supplichevole.
"Quale?" la cheffa ora è ben vigile allo sbotto di sangue che le può  causare una risposta demente "noi serviamo il filetto con la salsa a parte, una salsa tipo bernese, nel senso che ci aggiungiamo dell'aceto di vino rosso e..."
"Sìsìsì voglio il filetto al sangue (very rare) e mi porti doppia razione di salsa quella che ha appena detto, va bene, ma ne metta tanta, no anzi tantissima di salsa mi raccomando, e voglio anche le patate a fianco. Tante. Tantissime!!!" è giulivo e felicissimo. Sembra rinato. Ha dimenticato tutto: le fettuccine Alfredo, l'insalata Caesar, il sigaro e sopratutto la diarrea. S'immagina una fettona di  carne sanguinolenta e succulenta. Gongola soddisfatto con le papille gustative in piena salivazione. Quando arriva il filetto fa la faccia abbattuta perché il filetto pesa solo 200 grammi e non un chilo. Addenta la carne, boccone dopo boccone, divorandola in un battito di ciglia, quasi provenisse da una fame atavica e antica. La fame del cacciatore.
Morale: ordinerà un altro filetto sempre con tanta salsa e tantissime patate, perché è un dato assodato che l'astinenza da carne in paesi orientali ove vige una dieta di natura prevalentemente vegetariana colpisce in prevalenza maschi occidentali adulti bianchi. Basta poco per renderli felici: un pezzo di carne. Da masticare. Per dire.

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maggio 12, 2008

Il paese del sole. Ma non il mio.


Ho letto e sentito infinite opinioni sulla vittoria del nanopiùaltodelmondo e adesso che sta governando non lo vedo più sorridere. E' sempre più teso. Non ho ben capito perché. Dovrebbe essere contento, ha fatto tanto per arrivare dov'è. O meglio gliel'abbiamo lasciato fare. Perché nulla gli è stato impedito.
Poi le lotte interne della sinistra lasciano il tempo che trovano: stiamo parlando del nulla. Ovunque chi perde se ne va. Non nel paese del sole. Non nel mio paese. Verrebbe di ritornare a fare politica, bisognerebbe che quelli rimasti laggiù nel paese del sole, quelli che se ne sono lavate le mani per l'orrore, quelli che si sono allontanati dalle sezioni schifati dalle lotte personali e non dalle lotte per le generazioni a venire (che si sa nel paese del sole mica son così tanti i ggiovani, a pensarci bene sono i vecchi la maggioranza. Il nuovo grido di battaglia dovrebbe essere: allarghiamo i cimiteri!), quelli che dopo il '77 hanno pensato a fare altro, quelli insomma che adesso hanno quasi cinquant'anni ritornassero a fare politica. Tutti. Ricordandosi che il paese del sole non è mai stato di sinistra o riformista, lo dobbiamo confessare. Prima c'era la D.C., e prima ancora il Fascismo. Ricordiamocelo. Noi siamo quelli che abbiamo dato il modellino all'Austriaco pazzo che l'ha perfezionato per bene. Pertanto se il paese del sole è ritornato alle sue origini fasciste non mettiamoci le mani nei capelli. Osservatelo bene il nanopiùaltodelmondo: è piccolo come Lui, ha manie di potenza come Lui, ha tante donne come Lui, è istrionico come Lui, ha la battuta pronta come Lui...Vi corre un brivido lungo la schiena? Ritorniamo a fare politica tutti. Subito.
Di certo non si può fare peggio di come si è fatto finora.
Qui comunque tutto bene, la famiglia sta bene, cresce e stiamo pensando di rimanere ancora. Perché il tempo passa troppo veloce e bisogna sapersi adattare. Mica per dire. Sul serio.

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aprile 11, 2008

Un mese dopo


A crescere siam capaci mica in tanti. Passare da una forma all'altra ancora meno. Rimaniamo attaccati alle nostre piccole convinzioni, pensiamo d'essere bravi, d'essere grandi e poi vai a vedere siamo proprio piccoli e stupidi. 
Per crescere e addirittura capire bisogna attraversare il dolore. Vedere le cose in un altro modo, guardarsi dentro, scoprire che non si è poi così evoluti, ma solo semplicemente invecchiati. 
Si è visto il film Juno.
Si comprenderà come lo stato d'animo sia veramente lontano. Il film di suo è proprio bellino e recitato benbene. Non ho capito Giuliano Ferrara. Ma forse non abbiamo visto lo stesso film. 
Noi che ci siamo passate non eravamo proprio per niente così. Era tutto molto più doloroso e conflittuale. Davvero.
Poi si guarda la culla e si pensa che un mese fa eravamo molto lontane da dove siamo adesso. Oggi  Joshua fa il complimese. 4 kg. e 600 gr. 
Signora mia come son cambiati i tempi.

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marzo 19, 2008

Cosa racconterò



Quando sarà grande gli racconterò che nella hall dell'albergo c'erano sei monaci tibetani vestiti con le tuniche cremisi e si sono alternati a disegnare un mandala.  Spiegherò che il  mandala è la rappresentazione dell'universo e della sua sublime perfezione e di come osservandola si rimanga illuminati dall'eternità e dalla presenza del vuoto che ogni cosa circonda. Per fare un mandala bisogna grattare dei bastoncini monocromatici, le cui polverine riempiono gli spazi del disegno sottostante. Dirò che c'hanno impiegato una settimana per fare questo mandala qui. Racconterò che su al nord dell'India c'è un paese vicino al cielo, ed è il paese più alto del mondo situato sulle vette dell'Himalaya, tanto alto da essere troppo ossigenato e si chiama Tibet e che nel 1950 venne occupato dall'Impero cinese. Racconterò che i tibetani si ribellarono varie volte all'invasione e racconterò con dolore di quanto assomigliassero tali rivolte a quelle degli ebrei sotto il dominio dell'Impero romano e come quelle finirono nel sangue. Racconterò della diaspora che ebbe luogo e di come il Tibet divenne un nuova Palestina. 
Gli imperi s'assomigliano tutti. Nell'economia e nel sangue. 

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marzo 17, 2008

Uno non lo sa


Ho capito perché i nonni impazziscono per i propri nipoti. Perché si ricordano. Ci si dimentica di tutto. Ci sono foto sbiadite che ricordano quando i figli erano piccoli e succede inevitabile che il presente abbia sempre il sopravvento e non ci si può far nulla e si dimentica presi dal presente di quand'erano piccoli i propri figli, e li si intravede nella figura dell'oggi oramai grandi. Si vive del presente dimenticandosi di cosa è stato prima e avendo solo voglia di andar avanti a finire il giorno. Osservando le smorfie, contemplando le facce, sentendo i suoni, ascoltando i vagiti, seguendo le movenze del piccolo Joshua m'è sembrato di fare un tuffo nel passato e son ritornata a rivivere delle sensazioni perdute eppure non era l'intermittenza del cuore. Non c'era proprio quella roba lì. E' un sentimento diverso: straniante e familiare. Un passaggio nel tempo con tutta l'esperienza acquisita e nel contempo tutta la novità dell'apprendere di trovarsi di fronte a un nuovo essere da impostare, educare, accudire e formare. Ovvio con amore. La quotidianità di vedere la trasformazione impercettibile del viso, da neonato a persona corta, comporta una somma di sentimenti di proporzioni colossali. Ma non è definibile come sentimento materno. E' ripeto roba difficile da raccontare: un trasporto d'amore senza il senso d'attaccamento 'morboso' (se di morbosità si può dire dell'amore materno), comunque un amore affettuoso. E' vero semmai che i rapporti si costruiscono nella quotidianità, sull'accudimento e la cura giornaliera che si ha verso la famiglia, sulla sfinente necessità della presenza. Altrimenti sono solo parole scritte sulla battigia, destinate e scomparire alla prima onda. La realtà di tutti i giorni è la vera relazione dura con tutti i suoi scazzi e i suoi incontri, tra pianti e sorrisi.
E rimane che non c'è niente da fare: l'umano di fronte a un neonato rincoglionisce sempre. Sarà la continuazione della specie, sarà il futuro, sarà la speranza sarà quello che si vuole ma uno non lo sa mai com'è che finisce a fare l'idiota chiacchierando del nulla, bisbigliando suoni incomprensibili, raccontando rumori illogici all'orecchio di Joshua. Uno non lo sa di quanto rincoglionisce. Sul serio. Mica per dire.

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marzo 11, 2008

I sui piedi


Capita che alle 5.00 del mattino ci si svegli, si chiami l'ambulanza, e ci si precipiti in ospedale. Capita che si accarezzi la fronte della propria figlia madida di sudore. Capita che le acque si aprino in bagno all'improvviso e capita di ascoltare le urla dietro una porta chiusa. Capita che sia nato veloce e perfetto alle 7.17 del mattino a Chennai in India e che pesi 3 chili e 650 grammi. Capita che quando lo portano avvolto in una copertina azzurra si scoppi in lacrime. Capita che l'abbiano chiamato Joshua. (Translation: Giosuè). 'Ché una nuova vita è sempre una nuova storia da raccontare e si spera non tiri giù le mura di Gerico. 
Per intanto è calmo e tranquillo. Questi sono i piedi che metteranno mano al mondo.

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febbraio 29, 2008

Il post del 29 febbraio

Scrivo un piccolo post in questo giorno qui che ritorna ogni 4 anni e che per me è un giorno strano, non perché sia una giornata particolare 'ché scorre come sempre a tutti giorni uguale. Ma questo giorno qui arriva ogni 4 anni e m'ha sempre fatto strano il 29 febbraio. Insomma non l'ho mai capito bene ma son io che forse non capisco bene il tempo che passa e non ritorna e mi sgomenta il tempo trascorso e che non ricordo più.  Allora per ricordarmi d'essere qui in un pomeriggio assolato e ventoso a Chennai nell'India del 2008 che si trasforma e non rimane più la stessa scrivo questo post come se incidessi una tacca sul legno di un albero o sul muro di una stanza. Per ricordarmi che ci sono stata e ho fatto una piccola cosa, molto umana e molto stupida. 
Comunque pare che qui in India diano l'accesso a banda larga aggratis a tutti, e che arriverà anche negli sperduti villaggi. Non proprio delle robe fighe come l'internettepointe insomma, ma quasi. Sul serio. Mica per dire. 

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