settembre 18, 2006

Quello di cui vivo



Piccolo post autoreferenziale perché a quanto pare quando si parla del mondo circostante le cose sono complicate, alcuni lettori s'offendono senza capire di cosa si stia parlando, senza analizzarne il contenuto (significato/significante). Poi alle lettere anonime io non rispondo per principio. Se non ho un nome davanti non è nessuno. Io non dialogo con il nulla (discuto, non litigo mai che non ho relazioni private con il suddetto), finisce che si parla del niente. Ringrazio comunque gli amici che difendono a spada tratta la sottoscritta.
Quello di cui vivo è un mestiere semplice: fare il cuoco. Di fatto non è studiare fisica quantistica. Sottilmente è un mestiere complesso. Si tratta di organizzare il lavoro, dividere i compiti e far marciare e far uscire i piatti (caldi o freddi) presentabili e buoni in modo che il cliente mangi soddisfatto, dovrebbe dire: ho speso il giusto (o tanto) e ho mangiato bene.
L'organizzazione presume: forniture precisi (non che a metà serata manchi tutto e che i frigoriferi si svuotino a scadenza regolare: ogni due/tre giorni), linee corrette (la linea dell'antipasto, del primo, del secondo, del dolce) (inciso: la linea in gergo cuochesco significa la preparazione -taglio, mezza cottura, decorazione- degli ingredienti che servono per una specifica pietanza) gestione delle risorse umane (pertanto se alcuni amano la carne, li si metterà a pulire e a tagliare la carne, idem per quelli che amano il pesce, e via dicendo. Bisogna permettere alle persone di seguire i propri interessi. E' chiaro che tutti debbono però acquisire la capacità di essere turnanti, vale a dire di passare da un settore all'altro nei momenti di bisogno).
Quello di cui vivo nella mia piccolezza di cuochina è il costante controllo di tutte le attività della mia brigata (cari ragazzi ma a volte un filo storditi) perché è MIA l'assoluta responsabilità dell'uscita di un piatto. E se il piatto non è buono e bello, io non faccio bene il mio mestiere. La difficoltà sta nell'insegnare bene, nel passaggio di corretta informazione e conoscenza di un'operazione. Quello di cui vivo non è un mestiere difficile. Tanti sanno cucinare. Ma saper mandare avanti una cucina è un'altra storia e saper riempire un locale un'altra e saper mantenere alta la qualità un'altra ancora. Ci sono talmente tante variabili (le serate da pazzi e le serate tranquille, le serate di clienti rompicoglioni e le serate di bei clienti) che tenerle tutte sotto controllo non è semplice. Quello di cui vivo è la sottile differenza tra una bilancia elettronica (la brigata) e una tradizionale con i pesi (io). Direte che è più complicato usare la bilancia con i pesi. In realtà io dovrei saper usare con estrema abilità entrambe le bilance. Ecco diciamo che quello di cui vivo è la batteria della bilancia elettronica che scade sempre nei momenti sbagliati. Diciamo che la mia capacità organizzativa dovrebbe comprendere un cassetto pieno di batterie per la suddetta bilancia. Non è il mio caso. Che da tempo ho capito che quelli che mi circondano sono unici e indispensabili. Non è semplice formare una persona e farla entrare nel gruppo. Lavorare con passione e per passione non è da tutti. Quello di cui vivo è questa cosa qui: passione. E per la maggioranza di quelli che stanno in cucina vale lo stesso discorso. Devo dire che in un mondo pieno di nevrotici frustrati, io appartengo alla fascia di eletti che amano il proprio mestiere. Già questo mi salva dall'esser invidiosa, supponente, arrogante e triste. Un'altra cosa che in cucina facciamo molto è ridere. Si ride e si scherza tantissimo. E' vero che nei momenti di alta tensione ci si incazza e ci si manda affanculo, ma a fine serata si sghignazza di nuovo. Ah già: so di per certo che una risata mi seppellirà. Per dire.

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8 Comments:

Anonymous fradefra said...

Sono totalmente d'accordo con te. Amare la cucina e mandare avanti una cucina, sono due cose completamente diverse.

Al punto che qualche tempo fa ho voluto trascorrere una giornata a verificarlo e poi ho scritto Un giorno coi cuochi del Ristorante Passone a Montevecchia.

4:29 PM  
Blogger Cenzina said...

Certo che ha ragione piccolacuoca. Invece a volte alcuni colleghi suoi sembra che non capiscano la differenza. Ovissismo che uno magari è bravo a fare un tortino e a fotografarlo (anzi, probabilmente ne avrà fatto sei, di tortini, e quello della foto è, guarda caso, l'unico esemplare presentabile). Essere invece capace di far uscire 40 tortini al cioccolato da una cucina nella stessa serata, tutti perfetti uguali, beh, non è un caso, è un mestiere. Chapeau cuochina! ;-)

9:34 PM  
Blogger cat said...

sono sempre fuggito dai luoghi di lavoro dove non c'era spazio per le risate e l'ironia. Con l'ironia si riesce a superare anche la più grande delle cappele combinate, e un "capo" ironico, anche se incazzato, ti fa scattare la voglia di migliorare e non di mollare! La passione per il proprio lavoro è una delle fortune più grandi che uno possa augurarsi!
Passando ai comenti anonimi, sono dell'opinione che se un post non mi piace non lo commento, lo ignoro, ma non tutti la pensano così evidentemente, ciao cat

10:04 PM  
Blogger lapiccolacuoca said...

cat@ di certo io non rispondo al commento dell'anonimo, metto però dei paletti a quanti nell'anonimato s'aggirano in rete, chiarendo da subito che non essendoci persona io non discuto e non rispondo e difatto al commento sulla fallaci NON ho risposto e non intendo rispondere. Poi io della risata ne ho fatto un po' un'arte. Trovo che stare incazzati senza ridere sia il peggio del peggio. E' difficile ma se uno riesce ad astrarsi trova sempre il lato comico. E una risata spezza la tensione. E' chiaro che dipende da chi ti sta davanti. Molti non ridono e s'incazzano ancora di più. Finisce a botte. Io le prendo sempre, non capisco perché...
Grazie cavoletto
Fra domani leggo l'articolone.

10:58 PM  
Anonymous sil said...

posso schierarmi a sostegno e favore della piccolacuoca? seguo il blog da poco e lo trovo interessantissimo, molto ironico, in una parola: bello.
ps: pensavo la piccolacuola fosse un'insegnante...

3:49 PM  
Blogger Gourmet said...

Ecco la nostra cuochina ( perchè piccina, neeee!!) che finalmente esterna il suo pensiero( giusto) .. condivido in pieno, e come dice cavolette c'è ne passa dal saper fare "il" tortino e fare uscire anche 50 tortini dalla cucina in contemporanea... :-)
Quindi sul mestiere di Giò non si discute, il problema che tanti da ltre parti se la prendeno, volano troppo alto , a mio parere e non guardano mai in basso...
Quand'è che ci raduniamo di nuovo, cuochina??
;)

P.s. Per me la risata e il buon umore sono alla base del saper vivere.. e caspiterina se non possiamo ( o sappiam)ridere che vita è??

5:01 PM  
Anonymous kush said...

come si diceva negli anni'90, massimo rispetto

5:58 PM  
Blogger dada said...

perfettamente d'accordo: la Signora ride e fa ridere (intendiamoci, perche` ha humor, non per come lavora o altro)e forse e` piu` difficile fare il cuoco che il "quantista": gestire persone ha molte piu` variabili e varianti

saluti

7:24 AM  

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