dicembre 16, 2008

La Piccolacuoca fa la spiega di storia. Nona lezione: il Panettone (il mio PslA)


Siamo vicini a Natale siamo tutti più buoni. Ma anche no e fa lo stesso e questo l'ho scritto perché Sir Squonk  con la storia del PslA m'ha mandato messaggi prima ricattatori e poi lacrimosi ma io ho fatto il mio dovere ed ecco qui la favola di Natale. Poi per chi avesse voglia ci son tanti post veramente bellini e molto migliori del mio (lo so che è sbagliato da scrivere e da dire ma scaricatevelo qui)
Riprendo il seminario di storia del cibo: le mie spieghe sono molte scientifiche e vi pregherei di non interrompere.
1894. Milano. Toni el prestinè era abbastanza paciarott ma non troppo, s'alzava presto el Toni la mattina, proprio all'alba prima de tutt i cristian. Lui si svegliava che doveva far il pan per tutto il circondario e solo lui sapeva impastare e remenare ben bene la farina e l'acqua. Nessuno era bravo come Toni, solo che el Toni non aveva più voglia era strack e non sorrideva più quel paciarott del prestinè. Meglio: el Toni aveva visto una mattina mentre consegnava le michette alla sciura Maria che sta santarella s'era messa a ciacolare dicendo che sarebbe arrivata la sua nipote una brava e bela tusa...insomma una mattina era 'rivada sta tusa e lui l'aveva sbirciata e così da un momento all'altro, il mondo non era stato più lo stesso.
Meglio era sempre quello ma sbirluccicava troppo il mondo del Toni da quando aveva messo gli occ sulla tusa che era bella da morire e mentre lo diceva damma a trà che non era proprio possibile stare a raccontare quant'era bela a lui venivano gli sghirissi allo stomaco e gli capitava di pensare che era un quarantott a dirla tutta e non l'era pì istess de prima. Oh certo continuava a portare le michette tutte le mattine anche alla sciura Maria ma quando a volte veniva la tusa a prenderle sull'uscio ed era gentile e silenziosa e accennava con la bella testolina a un grazie bisbigliante con lo sguardo abbassato e la bocca un po' sorridente, ogni tanto anche immagunaà e certo che proprio sorridere, sorrideva poco ma proprio poco, ecco lui tutto il giorno gli prendeva la strackessa e non voleva più alzarsi dal letto e gli veniva la malinconia...
Suonavano le campane del Domm tutte le mattine quando lei arrivava, e non era una bella musica a dirla tutta. Lui stava solo male a guardarla e non riusciva a respirare e si diceva sta quiett, sta bon e  se ne tornava a fare il prestinè senza testa, che gliel'aveva levata lei.
Le notti el Toni stava ad impastare e guardare il pane lievitare e s'immaginava sta tusa meravigliosa che dormiva mentre lui sognava, e mentre passavano i giorni si trovò a fine anno che non sapeva più cosa fare che ormai era diventata una malattia, che non riusciva più a laurà e intapunirse ora dopo ora e il peggio era che neanche era riuscito a parlarle.
Era quasi Natale e lui era lì che non aveva detto ancora niente a sta tusa e sapeva solo che si chiamava Rosina. Rosina. Solo il nome lo faceva sufegà. Un nome pieno di spine senza dolcezza no anzi con tutta la dolcezza del mondo ma lui era lì da solo nella notte estrema, fredda e buia senza sole e senza stelle...
Rimase a guardare la massa di pane che stava andando facendo e gli prese che doveva tornare alla vita, doveva fare qualcosa. Aggiunse lo zucchero e il miele, il burro e il latte. Poi avvolse il tutto nel panno bagnato e lo mise accanto al forno, non troppo vicino altrimenti la lievitazione non sarebbe partita e sarebbe andato tutto a rebelot.
La notte dopo la massa era raddoppiata. El Toni ne fece un'altra e ci voleva aggiungere l'uvetta. Poi andò in giro a cercare di mettere altro e scovò dei canditi di cedro e arancia che aveva comprato mesi addietro da un siciliano al mercato. Canditi profumati e dolci che sapevano di terre lontane, profumavano di foresto e unico. Tagliò i canditi a cubetti e mise l'uvetta a bagno per un po'. Poi di nuovo lavorò la massa e aggiunse gli ingredienti. Rimise tutto nello straccio umido e aspettò la notte seguente.
Le due masse erano diventate belle gonfie  e profumavano di qualcosa di speciale e allora el Toni le lavorò assieme perché voleva che si maritassero che proprio voleva sposarla la Rosina ma doveva partire dalle due masse perché si dovevano unire e stare insieme fino alla fine dei tempi. Mentre lavorava canticchiava quasi felice, immaginandosi Rosina che lo guardava negli occhi e lui si sarebbe finalmente descarugniss. Così pensava mentre lavorava impastrucciandosi le mani nella matassa. Quindi fece una palla bella uniforme e l'avvolse nel lino morbido e pulito e la lasciò tranquilla per un altro giorno.
La notte dopo era il 23 sera si dette una svegliata e si mise di nuovo a lavorare la palla gonfia di bolle. Se ne andò in giro a trovare uno stampo e non lo trovò come voleva lui e allora si decise a metterlo nel catino piccolo di ferro dove la mattina faceva bollire l'acqua per lavarsi il viso. Lasciò che riposasse per un altro paio d'ore e la mattina fece una croce sopra e lo mise nel forno, il pan dolce che avrebbe portato alla Rosina. Ogni tanto lo guardava e vedeva che saliva, saliva come il Domm e prendeva una forma bella da focaccia grande. Lo lasciò nel forno per quasi due ore, senza muoverlo mai. Infine lo tolse e lo rimirò. Non era proprio come pensava o meglio l'aveva pensato diverso, ma di sicuro denter era morbido e fuori era croccante, ed era abbrustolito con un odore unico. Lo tolse dal catino e l'avvolse nel panno affinché rimanesse caldo fino all'uscio della sciura Maria.
Mentre percorreva il vicolo guardò in alto e gli parve che quel mattino fosse un giorno speciale. Stava per dare un regalo alla Rosina ed era tutto preso a pensare a cosa doveva dire alla sciura Maria perché il suo pane fosse dato alla sola Rosina senza che quell'atto apparisse maleducato. Bussò e aprì la bocca per dire due bambanade ma non spiccicò verbo perché il faccino della Rosina gli s'era parato davanti e come sempre le parole vennero meno e non si disciulò e tutto quello che riuscì a fare fu porgere il fagotto che emanava una fragranza infinita di parole mai dette.
Rosina rimase a guardare il fagotto, poi con mano pansula slegò il nodo e venne avvolta da una zaffata di odore dolce e mieloso. Rimase incantata a guardare il pane lì sull'uscio che non sapeva che dire che aveva ben capito che era un regalo che nessuno in casa aveva detto nulla e perché era la Vigilia di Natale e quel tusatt era veramente un bel tusatt e poi si riscosse e alzò lo sguardo e s'immerse silente nella contemplazione degli occ del Toni. Veniva fuori il fiato a nebbia sottile sull'uscio e faceva veramente freddo eppura non pareva al Toni, anzi gli sembrava facesse un caldo del dauli e s'accorse che gli occ della Rosina erano azzurri azzurri proprio un azzurro del cielo che lui aveva visto poco che stava sempre a fare il prestinè e di giorno dormiva, mica riusciva a stare in piedi che era sempre strack. Si guardarono a lungo senza fiatare che già l'aria era troppo fredda davanti a loro mentre il pan de Toni s'andava raffreddando. E poi successe.
Successe che la bocca della Rosina alzò gli angoli con una lentezza senza banfare, senza dir nulla alzò le pieghe in quel che fu il primo vero sorriso al Toni el prestinè a cui il cuore brusò e forse anche l'anima sotto il cielo livido del 24 dicembre a Milano, che se ne tornò a la botega come in trance che stava in paradiso che la Rosina gli aveva sorriso e lui un sorriso così mai nella vita l'aveva avuto.
Lei il giorno dopo gli disse sussurrante: grazie non ho mai mangiato un pane così buono. E quel mai fece del paciarott del Toni un om felice ma così felice che imparò a dirle un buongiorno come va e come sta e cosa fa, a inanellare qualche frase finché riuscì dopo mesi a chiederle di uscire e la Rosina scosse un po' la testa quasi sorpresa ma neanche tanto che a lei el Toni piaceva proprio.
Il pan de Toni l'anno dopo glielo fece ancora e la Rosina previa autorizzazione della zia sciura Maria, accettò d'uscire a fare due passi fino alla fine della vicolo e le batteva il cuore e non sapeva cosa dirgli e rimasero in silenzio fino alla fine del vicolo mentre la sciura Maria stava ad aspettare sull'uscio e controllava che i tusatt non facessero baggianaà.
Negli anni seguenti mentre i nani del Toni e la Rosina nascevano el Toni tutte le Vigilie del Santo Natale cuoceva il suo pane e in famiglia lo mangiavano in religioso silenzio perché sapevano che era stato un atto d'amore di Toni per la Rosina che adesso dispensava sorrisi dolci al suo Toni e alla sua famiglia.
Tant'è che finì che Toni el prestinè dovette impastare tanto di quel pan dolce per tanta di quella gente innamorata che alla fine non si chiamò più el pan de Toni ma panettun e sotto il Domm lo mangiavano la notte di Natale gli innamorati quasi fosse un atto d'amore.


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4 Comments:

Anonymous armarobi said...

Grazie cuochetta, sembra di sentirne la fraganza.

6:50 AM  
Anonymous Maurice said...

Splendido racconto con l'esatta ricetta del panetùn, che deve lievitare per tre giorni (mica tre ore come in certe ricette).
Questa è la Grande Piccola Cuoca che ho conosciuto anni fa, in quel de Milàn.

10:08 PM  
Blogger valverde said...

grazie cara, mi hai fatto sognare e tornare piccina ... un abbraccio da Bologna
valverde

8:08 PM  
Anonymous Anonimo said...

Bello Gio', proprio bello. Brava.

5:02 PM  

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